Di Varanasi ho sentito parlare per mesi. Sembra essere una meta obbligata per chiunque si trovi a viaggiare in India e i viaggiatori che ho incontrato negli ultimi mesi me ne hanno raccontato storie e aneddoti di ogni genere . Decido di toccare con mano, e scendendo verso sud da Sonauli, sul confine tra India e Nepal, è la mia prima sosta. Varanasi è una tra le città più sacre del mondo Induista, nonché uno dei più antichi centri abitati al mondo, sicuramente il più antico dell’Asia, dato che i resti di primi insediamenti risalgono al 1800 avanti Cristo.

La città, che ad oggi conta poco più di un milione di abitanti, sorge nella zona centro settentrionale dell’India, nello stato dell’Uttar Pradesh e si sviluppa per diversi chilometri sulla sponda Ovest del Gange.

Arrivato a Varanasi la sera tardi, ho avuto il primo assaggio della città la mattina successiva, partendo dalla zona sud della città ed iniziando a camminare verso nord lungo gli oltre tre chilometri di Ghat, infinite scalinate che come fossero una lunghissima tribuna costeggiano tutta la sponda ovest del Gange e la collegano al centro storico. Se ne contano in tutto 88, diversi tra loro per colori e struttura.

 

Inizio da Assi Ghat, il Ghat più a sud della città, a poche centinaia di metri dal bell’ostello in cui ho passato la notte per poco più di tre dollari. Intorno alle nove del mattino i Ghat sono semi deserti, forse per il caldo davvero insopportabile. Dopo qualche centinaia di metri a piedi la maglietta è fradicia e grondo di sudore. Gli unici movimenti sono a ridosso della riva del fiume, dove alcuni indiani nuotano o se ne stanno semplicemente immersi tra le acque sacre del Gange. Il fiume infatti non solo aiuta a combattere il gran caldo, ma secondo le sacre scritture bagnarsi nelle sue acque aiuta ad ottenere il perdono dai peccati e a raggiungere la salvezza eterna.

Poco oltre ci sono ragazzini che improvvisano tuffi acrobatici dalle barchette in legno ancorate a riva, uomini che fanno il bucato utilizzando i gradini come base d’appoggio per insaponare camicie e pantaloni e altri ancora che pescano da riva tenendo tra le mani un filo di nylon con un amo attaccato all’estremità e utilizzando pezzi di pane come esca. Alcuni mi salutano, altri mi chiedono di essere fotografati e poi vogliono vedere la foto.

E’impossibile non vedere anche solo a occhio nudo quanto l’acqua del fiume sia sporca, ma nessuno sembra farci troppo caso. Un cadavere di un maiale scivola sul fiume a poche decine di metri da un gruppo di bagnanti, uno dei quali galleggia sulla schiena bevendo e sputando l’acqua del fiume a come una fontanella.

C’è silenzio sui Ghat. Almeno tutta la zona più a sud durante le ore centrali del giorno è immersa in un silenzio surreale, quasi fosse un mondo a parte ovattato da ogni rumore della città. Poco più avanti un qualche tipo di santone sta facendo una strana cerimonia di fronte a una giovane coppia. E’seduto per terra e ha davanti a se un piatto pieno di fiori colorati e diverse ampolle dorate piene di acqua del fiume. Mi avvicino ma vengo immediatamente allontanato. Poco oltre una mandria di bufale è immersa nell’acqua fino al collo e poco sopra, sulla gradinata, un uomo gioca con grossa capra nera come fosse un cagnolino. Una mucca enorme è ferma in mezzo al Ghat. Si guarda intorno e sembra dominare la gradinata come fosse un grosso stambecco sulla roccia. Nel frattempo un uomo con una lunga barba bianca seduto a dorso nudo mi chiama e mi fa cenno di avvicinarmi. Mi chiede qualche rupia per farsi fare una foto e quando sto per scattare dopo avergli lasciato una banconota da 10 mi fa segno di andarmene e mi fa capire che non vuole essere fotografato.

Non ci capisco niente. Non trovo un senso logico in quello che sto vedendo. Continuo fino a Dashashwamedh Ghat, uno dei Ghat più affollati. Un santone mi ferma e prendendomi le mani comincia a recitare una strana preghiera chiedendomi di ripeterla. Non riesco ad evitarlo e così mi ritrovo con un grosso bollo rosso in fronte e altre cinquanta rupie in meno nel portafoglio. Subito dopo è la volta di un uomo di mezza età che prima mi chiede di dove sono e poi tra un bella Italia e ciao inizia a toccaremi un braccio promettendomi per qualche rupia un massaggio rilassante. Questa volta però riesco a divincolarmi e ad imboccare la grossa scalinata che sale verso il centro città, sui cui bordi sono sdraiati decine di mendicanti chiedono elemosina porgendo dei piccoli contenitori in metallo per raccogliere qualche moneta. E’brutto da dirsi ma dopo un po’ si smette di farci caso e si tira dritti ignorando, o almeno fingendo di farlo. Lasciato alle spalle il Ghat, in un attimo si è catapultati in un altro mondo, immersi tra caos, rumori e una folla di migliaia di persone che si muovono come un grosso fiume in piena.

Esistono molti modi di visitare una città, ma sono convinto che iniziare a camminare senza meta, seguire l’istinto e lasciarsi trasportare nella direzione che per qualche motivo ci sembra migliore sia uno dei più affascinanti. Sopratutto se se la città è viva, pulsa ed è caotica. Sopratutto se la città è Varanasi.

E così inizio lasciando la via principale inizio a infilarmi a caso nelle piccole vie del centro, tra negozi minuscoli che sembrano piccole caverne scavate nei muri a bordo strada, con i negozianti appollaiati all’interno come pipistrelli. Ci sono moto che si fanno largo con il clacson ma mentre ti chiedi che cosa ci faccia una moto in una strada larga un metro e mezzo non fai in tempo a metterti di lato che vieni travolto da un fiume persone che spingono per superare. Camminando bisogna fare attenzione agli escrementi lasciati delle grosse mucche che passeggiano indifferenti a tutto, vicino alle numerose bancarelle che propongono cibo fritto di ogni tipo. Il tutto in un mix incredibile di colori, odori e profumi da fare girare la testa.

 

Non so bene dove sono ma sto continuando a camminare verso nord e, anche se la sensazione è quella di essere immersi in questo caos da ore, non credo di aver camminato per più di 300 o 400 metri.

Supero una lunghissima fila di persone che è in attesa di entrare in un tempio in una viuzza che se allargo le braccia tocco le pareti con le mani. Devo letteralmente infilarmi tra la folla e farmi largo a spintoni per per riuscire ad andare oltre. In questa zona ci sono decine di piccole botteghe che vendono fiori e incensi che i fedeli portano in dono alla divinità. A vedere dal numero di persone che li affollano è un business pazzesco. Superata la zona dei negozi “religiosi” ne attraverso una zona in cui sono concentrati quelli di stoffe e tessuti, e poi ancora souvenir, negozi che vendono paneer, il tipico formaggio indiano e altri ancora con spezie di ogni genere.

Mi fermo poco più avanti in un piccolo locale, il Blue Lassi. Il Lassi è una sorta di yogurt liquido tipico dell’india, servito al naturale o aromatizzato con frutta , cioccolato o spezie. Il gusto ricorda molto quello dello yogurt mentre la consistenza è simile a quella di un frappe. Quello del Blue Lassi Secondo Lonley Planet è il migliore di Varanasi, ed effettivamente il lassi banana e cioccolato che mi servono in un’ampolla di terracotta è squisito. Non mi basta e così ne prendo un secondo al mango, forse un po’ troppo dolce ma ugualmente ottimo. Fuori continua il via vai di gente e seduto nel piccolo locale del ho la strana sensazione di essere racchiuso al sicuro in una piccola tana.

Sento in lontananza un suono di tamburi che si fa sempre più vicino. Poco dopo passa nella minuscola via una gruppo di una decina di uomini, alcuni dei quali sorreggono una sorta di barella in bambù che trasporta qualcosa avvolto in un luccicante telo arancio. Capisco ma chiedo per conferma. E’il corpo di un defunto che sta per essere trasportato al vicino Manikarnika Ghat, famoso per essere il principale Ghat in cui i cadaveri vengono cremati. Le rive del Gange che costeggiano Varanasi sono considerate dalla tradizione induista come uno dei posti più sacri per la cremazione e, se non ho capito male, secondo le scritture sacre chi viene bruciato qua rompe il ciclo della reincarnazione e può raggiunge direttamente il Nirvana. Per questo motivo vi arrivano corpi da ogni parte dell’India.

Ogni giorno sulle sponde del Gange a Varanasi vengono cremati più o meno 300 cadaveri, circa tredici ogni ora, per ventiquattro ore di fila senza sosta e così da più di 3000 anni. Il fiumo e le alte fiamme che salgono dai grossi cumuli di tronchi accatastati si vedono fin da Assi Ghat, il Ghat più a sud di Varanasi e devo ammettere che già guardarli da lontano fa uno strano effetto.

Ma sono curioso e decido di avvicinarmi per vedere da vicino questo strano rituale. Scendendo verso il Ghat si attraversano alcuni grossi cortili zeppi di tronchi di legno accatastati che vengono venduti per le cremazioni.

Poco più in basso ci sono sei o sette strutture in pietra che fungono praticamente da forno crematorio, su cui i cadaveri, avvolti in un telo e precedentemente immersi nelle acque del Gange per essere purificati, vengono sistemati e ricoperti di legna e paglia. Il via vai dei piccoli cortei funebri a Manikarnika Ghat è impressionante. Vicino ad ogni forno si fermano i parenti delle vittime attendendo qualche ora che il fuoco si spenga per poi raccogliere le ceneri del defunto e gettarle nel Gange. Nonostante tutto non si respira un aria triste. Devo ammettere che non mi sono informato a fondo sulla concezione della morte nella cultura Indu, ma intorno ai corpi che bruciano e a quelli in attesa di trovare un posto su un forno la gente chiacchiera con apparente tranquillità, mentre alcuni giocano a carte e altri si fanno qualche selfie con il cellulare davanti ai falò.

Mi fermo a fare due chiacchiere con un ragazzo indiano che mi spiega il rito e mi racconta anche che non tutti i corpi vengono cremati, e che ad esempio quelli delle donne morte in stato di gravidanza vengono lasciati andare direttamente nel Gange avvolti in un telo perché portano dentro di se una nuova vita, mentre i bambini, la cui anima non ha bisogno di essere purificata, vengono semplicemente sepolti.

Ma ci sono infiniti altri riti ed usanze, alcune più importanti e altre meno, che accompagnano queste cerimonie. La morte qua smette di essere uno strano tabu e diventa parte del quotidiano. Parlarne apertamente è strano, molto strano, ma a Varanasi per qualche motivo il tutto assume una prospettiva diversa. La morte qua è vicina, cruda, così reale da non fare paura. E quando una folata di vento verso est mi porta alle narici uno strano odore di carne bruciata, così particolare che probabilmente mi rimarrà impresso a vita, mi rendo conto in modo chiaro forse per la prima volta che alla fine dei conti siamo animali, carne e ossa. E’ strano da dire e per certi versi fa anche schifo, ma il nostro corpo fa lo stesso odore del pollo bruciato. E questa non è filosofia, ne religione ne altro. E’ la cruda realtà. E paradossalmente è proprio Varanasi, tra misticismi e riti sacri,  a sbattertela in faccia.

Verso sera i Ghat di Varanasi si riempiono piano piano. C’è gente che passeggia, giovani coppie sedute vicine e decine di gruppi di ragazzi intenti a giocare a cricket.

Verso le sette, poco prima del tramonto, ogni giorno migliaia di fedeli si accalcano sulle gradinate e sulle barche in riva al fiume all’altezza di Dashashwamedh Ghat per assistere alla Puja, una particolare cerimonia induista che qua è fatta in onore del Gange proprio sulle sue sponde. Fuochi, canti, preghiere. C’è di tutto. E’ l’ennesimo schiaffo di colori e suoni che Varanasi sa regalare. C’è di tutto. Luci al neon, candele ed incensi. Uomini in abiti tradizionali ed altri che sembrano usciti da un film di Bollywood, con grossi orologi dorati, occhiali da sole anche quando ormai è sceso il buio e grossi bastoni per i selfie in mano. Donne, bambine e signore anziane. Sembra che tutta l’India sia concentrata in questa piazza e tutti, nonostante le differenze, pregano seguendo le indicazioni dei scaerdoti che in abiti scintillanti si muovono davanti alla folla, muovendo le mani a ritmo o ripetendo mantra.

E’ tempo di tornare. Riparto verso sud in direzione dell’Ostello, questa volta passando dalle vie del centro più moderno. E a farmi compagnia è ancora il traffico, le insegne pubblicitarie, il cibo di ogni tipo che si trova ad ogni angolo della strada e un rumore assordante di clacson come sottofondo. L’ostello è lontano, ma muoversi in questa giungla lo fa sembrare lontanissimo. Lungo la strada mi fermo per un’ultimo lassi. 30 rupie per un’ampolla di terracotta servita da un uomo che seduto su un piccolo piedistallo riesce in modo magistrale a prendere le decine di ordinazioni, preparare lassi, ricevere i soldi e dare i resti. Il tutto senza mai alzarsi.

 

E’ notte, ma Varanasi non sembra volersi fermare. Le strade sono ancora piene zeppe, i fuochi continuano incessanti e nonostante il buio le luci al neon fanno sembrare tutto più vivo di quanto in realtà non sia. Varanasi non ti lascia andare a dormire, ma devi sforzarti per riuscire a dileguarti e fuggire. E quando finalmente la sera dopo una lunga giornata appoggi la testa sul cuscino hai come la strana impressione di avere appena finito una guerra. Sei esausto, con le tempie che rimbombano e la sensazione di non aver visitato una città, ma di esserne stato travolto.

Non lo so. Varanasi ti bombarda, ti assorbe. Non ti lascia un attimo di respiro. Ci ho messo un po’a riuscire a buttar giù qualche riga per raccontare i giorni passati in città. Ci ho messo un po’ perchè onestamente non sapevo da che parte iniziare. Mi sarebbe piaciuto scrivere una cosa del tipo “Cosa vedere a Varanasi” o “Visitare Varanasi in due giorni”, ma niente, non trovavo un filo logico.

Poi mi sono reso conto che il motivo per cui facevo così fatica è che Varanasi un filo logico non ce l’ha. Visitare Varanasi è un esperienza così completa e totalizzante che non può essere riassunta e schematizzata se non in modo impreciso e parziale, come ho provato a fare nelle righe sopra.

Che si decida di passeggiare lungo gli infiniti Ghats sulla sponda del Gange o tra le minuscole vie della parte vecchia, Varanasi ha la capacità di avvolgerti e possederti. Bramini, cortei funebri, mucche, mendicanti, luci al neon, cerimonie assurde, templi, moschee, architetture millenarie e un caos multicolore che non ti abbandona un secondo. Varanasi ti bombarda di stimoli, costringendoti a meravigliarti in continuazione senza darti la possibilità di riprendere fiato. E proprio per questo è difficile da raccontare, perché Varanasi è un’esperienza lontana da ogni logica.

E allora mi sento solo di darvi un consiglio: se mai vi capiterà di metterci piede non perdete tempo a pianificare la visita cercando informazioni su guide turistiche o su internet. Andateci impreparati. Tanto vi garantisco che tutto quello che c’è da vedere lo vedrete comunque, perchè è tutto li, nel raggio di un paio di chilometri.

Non fatevi domande, non provate a capire quello che avete davanti. Varanasi è un’opera d’arte. Fregatevene del perché è stata dipinta in un modo piuttosto che in un altro, andateci senza filtri e lasciatevene incantare. Fatevi trasportare senza meta su e giù per la città e vivrete una delle esperienze più incredibili della vostra vita.

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Due giorni ad Agra. Il Forte Rosso e il Taj Mahal
Verso Agra passando per Allahabad e Lucknow

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