Il ragazzo che mi ha consigliato di passare la notte in dormitorio mi ha parlato di Sangam, un luogo sacro agli induisti in cui Il fiume Gange si congiunge con il fiume Yamuna, a una decina di chilometri dal centro di Allahabad. Il momento migliore per visitare Sangam in realtà è poco prima del tramonto, quando viene celebrata una suggestiva cerimonia lungo il corso del fiume, ma dato che per la sera ho un biglietto del treno per Lucnkow decido di andarci la mattina successiva.

Per arrivare a Sangam prendo un grosso tuk tuk condiviso con una decina di indiani che parte proprio all’esterno della stazione in cui ho dormito. Attraversiamo di nuovo la zona periferica di Allahbad, questa volta ad est, e come ieri le scene di povertà che mi trovo di fronte sono agghiaccianti. Mi chiedo come è possibile che un essere umano si riduca a vivere tra escrementi e rifiuti e mi rendo conto che nonostante abbia visto immagini simili migliaia di volte in televisione, fino al momento in cui non le vedi con i tuoi occhi non riesci a pensare che possano essere reali fino in fondo. Eppure è così. Ci sono persone che vivono i condizioni inconcepibili, lontane anni luce dai minimi standard igenici e sanitari. E nel frattempo intorno a queste scene la città scorre frenetica , senza curarsene, quasi come se l’abitudine avesse ormai preso il sopravvento e il concetto di normalità si fosse spostato ben oltre l’immaginabile. E nonostante tutto sono impotente e non posso fare altro che osservare il triste spettacolo mentre il tuc tuc scorre veloce sotto il sole cocente della mattina.

 

Arriviamo a Sangam intorno alle dieci del mattino e il tuk tuk ci lascia su gigantesco piazzale sterrato con centinaia di piccole bancarelle che vendono fiori e riso usati come offerta alla divinità e ogni altra sorta di souvenir religioso. Inutile dire che la temperatura e l’umidità anche oggi sono insopportabili e la cosa incredibile è che quasi tutti gli uomini indiani indossano pantaloni lunghi e camicia mentre le donne i loro lunghi abiti tradizionali con mantelle dai colori sgargianti e sembrano non dare assolutamente peso alla cosa, mentre io in meno di mezz’ora sono costretto a bere più di un litro d’acqua e mi sembra di morire. Mi incammino verso l’argine del fiume e purtroppo con la luce del giorno lo spettacolo dal punto di vista paesaggistico non è il massimo, ma vedere le centinaia di persone che si avviano verso la sponda con le offerte tra le mani è fa impressione.

Già durante il viaggio mi accorgo che qualcosa non va. Mi sento a pezzi, ho mal di testa e nausea e così mezz’ora, dopo essermi fermato un po’ all’ombra in una delle bancarelle decido di tornare in centro. Mi rincammino verso la stazione con l’idea di prenotare un letto anche per oggi, e stare al fresco almeno nelle ore centrali della giornata. Alla fine scopro di avere qualche linea di febbre e decido così che la mia visita ad Allahabad è ufficialmente finita e passo il resto della giornata nel dormitorio, sperando di riprendermi per la sera e riuscire a prendere il notturno in direzione Lucknow.

La camera del dormitorio ricorda vagamente quelle stanzone di ospedale che si vedono nei film sulla seconda guerra mondiale, con una ventina di letti disposti uno vicino all’altro. Ci sono dei piccoli armadietti con lucchetto per lasciare custodite le proprie cose e dei bagni che tutto sommato sono piuttosto puliti. Faccio qualche chiacchiera con un signore sulla cinquantina ma tra gli altri ospiti nessuno parla inglese e anzi mi accorgo che anche qua la presenza di un bianco lascia tutti abbastanza sorpresi.

Una mezza giornata di pausa alla fine non fa male, e colgo l’occasione per pianificare gli spostamenti dei prossimi giorni e sopratutto per registrarmi al sito delle ferrovie indiane e poter così accedere alla sezione di prenotazione online dei treni, dato che dopo l’esperienza di ieri non voglio più vedere una biglietteria! Prenoto così per il giorno dopo un biglietto per Agra da Lucknow, che dovrei cosi raggiungere intorno alle sei del mattino e lasciare poi nel primo pomeriggio.

 

Il treno per Lucknow parte intorno alle undici e mezza e arriva nella capitale dell’Uttar Pradesh intorno alle sei del mattino successivo. Lucknow è una città con quasi tre milioni di abitanti e nonostante sia fuori dalle rotte turistiche ha comunque una discreta importanza dal punto di vista storico, con numerosi monumenti che risalgono al periodo coloniale inglese. La febbre del giorno prima però non sembra essere del tutto passata e non ho assolutamente la forza per spostarmi e camminare. Sono ancora a pezzi e decido così di prendere un Tuk Tok e chiedere all’autista di portarmi in qualche parco dove poter rimanere all’ombra in attesa del treno del pomeriggio.

Lungo il tragitto vedo un pezzo di India nuova. Lucknow, sopratutto nella parte nord, somiglia molto ad una grossa capitale europea,  con palazzi in vetro, grattacieli e strade larghe e pulite. Il parco in cui mi lascia l’autista è il Manohar Lohia Park e si trova nella parte nord della città. E’ un gigantesco giardino con alberi di ogni tipo e prati super curati attraversati da piccoli viali in cemento rosso. Ci sono indiani che corrono, altri che fanno ginnastica e altri ancora giocano a calcio.

Si respira una tranquillità surreale, lontana dal caos e dalla frenesia che hanno caratterizzato i miei primi giorni in India. Per certi aspetti Allahbad, Varanasi e anche la parte periferica della stessa Lucknow sembrano appartenere ad un altro mondo, distante migliaia di chilometri da qui. Passo la mattinata a leggere all’ombra e mi ricarico. Incuriosito, verso mezzogiorno decido di andare a pranzare nel grosso centro commerciale fuori dal parco. Si tratta di un edificio di cinque o sei piani ipermoderno con decine di negozi di brand occidentali, in contrasto con tutto quello che ho visto fino ad ora in India. Se non fosse per la pubblicità gigante del Chicken Maharaja sulla vetrina del McDonald a piano terra, potrei essere in Italia o in qualsiasi altra parte del mondo. Negozi di brand internazionali, aria condizionata, pulizia estrema e il ceto medio-alto indiano che fa shopping. E’ l’ennesimo contrasto all’interno di un paese che da un certo punto di vista ci somiglia un sacco, ma che allo stesso tempo convive con la miseria più assoluta che non saremmo mai in grado nemmeno di immaginare.

Alla fine decido di spostarmi in centro Lucknow e camminare a piedi fino alla stazione. Man mano ci si allontana dalle vie principali tornano il caos e le solite immagini degli ultimi giorni. A differenza delle scene raccapriccianti delle zone di estrema periferia, allontanandosi dal centro si cammina in un India povera ma dignitosa, sorridente e cordiale. Le persone mi fermano, molti mi chiedono un selfie chiedendomi poi da dove vengo e stingendomi la mano ringraziandomi. Sono stupefatto dalla bella accoglienza che ho trovato ovunque.

 

Alla 15.55 finalmente il treno per Agra parte, arrivando a destinazione dopo le 23. Domani mi attende la città del Taj Mahal, considerata una tra le sette meraviglie del mondo. Ho deciso di fermarmi per un paio di giorni per avere il tempo di visitarla con calma e di organizzare poi gli spostamenti verso Manali e il Ladakh.

Devo ammettere che mi sarei aspettato qualcosa di più da questi ultimi giorni tra Allahabad e Lucknow, ma un po’ per la febbre e un po’ perché le due città sono effettivamente meno affascinanti di quanto mi aspettassi, da un certo punto di vista non sono pienamente appagato. Tuttavia questi due giorni mi hanno messo faccia a faccia con un pezzo di india vero e grezzo, dove l’esperienza più grande è stato vivere la routine quotidiana di alcune grandi città di una delle maggiori potenze economiche mondiali. L’India non è solo paesaggi da favola, religione, storia e misticismo. L’India è anche smog, polvere, caos, industrie, povertà, cemento, sporcizia e un sacco di altre cose che no, non sono belle per niente. Sicuramente dal punto di vista turistico il tutto ha poco appeal, e probabilmente mai consiglierei a qualcuno che viaggia in queste zone di visitare Lucknow e Allhabad. Eppure in India ci sono più di un miliardo di persone che vivono la loro quotidianità in una realtà simile a questa, e forse questa considerazione è sufficiente per farmi credere che tutto sommato anche questi ultimi giorni mi hanno arricchito, forse più di quanto possano fare monumenti e luoghi più famosi.

Varanasi. Un'esperienza fuori dal comune
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