Lascio Varanasi alle undici del mattino su un treno diretto ad Allahabad, una città a circa 150km ad ovest. Il viaggio dura poco più di tre e tutto sommato anche la sleeper class, se si ha un posto riservato, non è così male. Viaggio sdraiato su una cuccetta in alto, vicino ai grossi ventilatori, e con lo zaino come cuscino.

Appena uscito dalla stazione vengo letteralmente assaltato dagli autisti di Tuk Tuk. Il treno mi ha lasciato in una piccola stazione periferica che dista circa una decina di chilometri dal centro di Allahabad e sicuramente sanno che sarò costretto a prendere uno dei loro mezzi. Non ho altra scelta.

Allahabad non è una città turistica e nemmeno è famosa per monumenti o altro, e per questo motivo non so bene dove farmi portare. Cerco di spiegare che vorrei arrivare in centro città, ma nessuno di loro parla inglese e così dalla mappa di Google provo a capire quale può essere la zona migliore e provo a negoziare un buon prezzo. Loro però sembrano non cedere, quasi avessero deciso di fare una sorta di cartello per prendermi 200 rupie che provo inutilmente a far diventare 100.

Poi finalmente, dato che ormai la cosa andava avanti da qualche minuto, un ragazzo piuttosto giovane e mi propone 150 rupie. Accetto. Intorno però scoppia il putiferio e il gruppo di autisti inizia ad urlare contro il poveretto, che però se ne frega e mi fa segno di seguirlo. Alla fine riesco a mettere il sedere su un piccolo tuc tuc elettrico simile a quelli che ci sono nei campi da golf e ad una velocità che alcuni ci superano anche in bicicletta ci avviamo verso l’ipotetico centro. Gli faccio cenno di accelerare. Non che abbia fretta, ma ci saranno intorno ai 45 gradi e vorrei sentire un po’ di aria fresca. Il ragazzo però mi fa capire che non c’è niente da fare, più di così non si può, e alla fine impieghiamo più di mezz’ora ad arrivare in città.

Un grosso ponte sul Gange segna l’ingresso nella zona urbana di Allahabad. La periferia è davvero agghiacciante. Forse per la prima volta in vita mia mi ritrovo faccia a faccia con la povertà più cruda, quella che di solito si vede in televisione in qualche documentario o al telegiornale. Baracche di ferro e lamiera, montagne di immondizia, polvere e cani randagi. E in tutto questo persone. Uomini, donne, ma sopratutto bambini, alcuni piccolissimi. Sono sporchi e trasandati. Alcuni sono completamente nudi e stanno sdraiati per terra tra polvere e fango. Forse miseria, più che povertà, è la parola che meglio descrive questo triste spettacolo.

Superata la periferia, man man che ci avviciniamo al centro la città diventa sempre più caotica. Mi faccio lasciare proprio dietro la stazione centrale e mi metto immediatamente alla ricerca di una camera in cui passare la notte, ma sopratutto in cui farmi una doccia e cambiarmi. Il caldo è davvero insopportabile. La maglietta in cotone è fradicia e la sensazione è quella di stare in una sauna gigante.

Intorno a me c’è il caos più assoluto. Traffico, clacson, rumori e persone in movimento apparentemente senza alcuna regola o organizzazione sembrano inglobarmi. Mi renderò conto poi che a differenza di quanto faccio di solito, ad Allahabad ho scattato pochissime foto, quasi come se fossi stato così occupato a sopravvivere in mezzo ad un caos a cui non sono per nulla abituato da non riuscire a pensare ad altro.

Inizio la ricerca ma i primi hotel che trovo hanno camere a non meno di trenta dollari. Decido così di spostarmi un po’ più fuori dal centro per trovare prezzi migliori. Mi sposto dalla parte opposta della stazione centrale, e inizio a camminare su un grosso viale su cui vedo subito spuntare le insegne di numerosi alberghi che mi fanno ben sperare. Ricomincio a cercare una camera ma con stupore mi accorgo che qui sembra praticamente impossibile trovare un posto. Alcuni piccoli hotel mi dicono che accettano solo ospiti indiani, mentre altri, appena mi vedono, mi dicono semplicemente “no room”, senza darmi spiegazioni.

Scoprirò solo il giorno successivo che in India una struttura che vuole ospitare stranieri deve registrarli in un database chiamato FRRO. La cosa, a quanto ho capito, non è così semplice e immediata e per questo motivo nelle zone non turistiche come Allahabad, la maggior parte degli alberghi super economici non effettua questa registrazione, e così le camere sono riservate ai cittadini indiani.

Frustrato e anche piuttosto incazzato per i continui rifiuti, dopo due ore di ricerca e più di dieci hotel visitati, quando ormai sono le sei di sera rinuncio. Non so dove passare la notte e così torno alla stazione nella speranza di trovare un treno notturno per Agra, città che inizialmente avrei voluto raggiungere tra qualche giorno dopo una breve sosta a Lucknow, ma che raggiungerei anche subito se trovassi un treno per poterlo fare.

Ormai quello che potevo vedere a Allahabad, poco in realtà, l’ho visto durante questa lunga camminata. Avrei voluto fermarmi anche domani ma spendere più di 30 dollari per una camera qui mi sembra assurdo. Anzi, a questo punto, con il caldo che non nonostante il buio non accenna a diminuire, in alcuni momenti non vedo l’ora di andarmene. Torno alla stazione alla ricerca di un treno notturno che vada verso Agra. Alla biglietteria c’è una coda che pare di essere a Gardaland ad agosto e ci vuole una buona mezz’ora tra spintoni e sorpassi per arrivare allo sportello. Mi sto accorgendo che il caos che c’è in strada non è altro che un espressione particolare di un caos più generale che caratterizza vari aspetti della vita quotidiana indiana. In fila ognuno fa come vuole. C’è chi spinge, chi sorpassa e chi salta la coda e arriva direttamente allo sportello. In tutto questo nessuno protesta ma cerca solo di mantenere la posizione e trovare uno spiraglio per guadagnarne un altra. In pratica, ognuno, in modo più o meno molesto, fa come cazzo gli pare.

Alla fine scopro che un treno che da Allahabad arriva ad Agra ci sarebbe anche alle 23.35, ma purtroppo trovare un posto è impossibile, date le infinite liste di attesa che ci sono sui treni indiani. Per questo treno al momento c’è una waiting list di 116 persone, il che significa che ci sono 116 persone che hanno pagato il biglietto e sono in attesa altri passeggeri con posto assegnato cancellino la loro prenotazione per prendere il loro posto. Non avrò mai un letto. Alla fine, esausto, mi siedo sulle panchine della biglietteria.  Non so come inizio a parlare con un ragazzo, una delle poche persone che ho incontrato oggi che parla inglese. Gli racconto la situazione e mi consiglia di andare nell’altro edificio della stazione dove posso trovare un dormitorio per passare la notte.

Scopro così che nella maggior parte delle stazioni indiane ci sono zone dove poter riposare in attesa di un treno, una sorta di piccoli alberghi interni con camerate e piccole camere singole. Per 240 rupie potrei così passare la notte li, se non fosse che per usufruire del servizio è necessario avere un biglietto confermato per dimostrare che si è veramente in attesa di un treno, e io al momento non ne ho. Sono ormai le otto di sera e di nuovo ricomincio una guerra in coda davanti alla biglietteria. Torno al piano iniziale. Trovo un biglietto perla città di Lucknow su un treno notturno domani notte e con quello mi presento e riesco finalmente ad avere un letto nel dormitorio.

Prima però esco dalla stazione per mangiare qualcosa. Con le luci della sera il caos della Allahabad sembra essersi amplificato, mentre il buio, i fari dei tuk tuk e e luci a neon delle insegne che nascondono il grigio dei palazzi dando vita ad uno strano spettacolo di colori. Tutti si muovono, tutti corrono da qualche parte, la sensazione è quella di essere risucchiati in un vortice che non lascia vie d’uscita.

Tornano in stazione intorno alle nove di sera. La sala principale dell’edificio si è riempita di centinaia di persone che aspettano il loro treno sedute a terra, sdraiate su grossi teli colorati. Alcuni dormono utilizzando lo zaino come cuscino, altri mangiano e altri ancora parlano tra loro. Ci sono intere famiglie in attesa, alcune con bambini anche piccolissimi. Mi fermo a guardare la scena perchè è davvero spettacolare. Forse avrei potuto passare anche io la notte qua.

 

Questo pensiero però mi abbandona appena apro la porta del grosso dormitorio raffreddato dall’aria condizionata. E’fatta. La stanza è raffreddata dall’aria condizionata e finalmente torno a respirare! Mi butto nel letto vestito così come sono e mi addormento. Distrutto.

Verso Agra passando per Allahabad e Lucknow
Crossing the Boarder. Da Sonauli a Varanasi

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