L’aereoporto di Srinagar si trova a sud della città, a una ventina di minuti in taxi dal centro. Ci arrivo alla mattina presto, per prendere il volo delle nove che mi porterà fino a Delhi dopo un breve scalo a Jammu, la maggiore città dello stato del Kashmir. Ho deciso per la prima volta di viaggiare in aereo perché i prezzi per questa tratta sono incredibilmente bassi e il biglietto può essere acquistato con poco più di venti euro, meno di quanto mi costerebbero i due o tre pullman per tornare a Delhi, e sopratutto il viaggio dura poco più di un’ora e mezza. Insomma, viaggiare in pullman è bellissimo e affascinante, ma a questo punto credo che di strada su quattro ruote ne ho fatta abbastanza e così mi sono lasciato tentare dal fascino e dalla comodità dell’aereo. I controlli della sicurezza a Srinagar sono davvero lunghi e minuziosi, dato che le tensioni tra separatisti e governo centrale sono sempre alte, e così in aeroporto bisogna superare ben quattro controlli prima di poter accedere al gate. Alla fine però tutto va liscio e nel tardo pomeriggio sono nella capitale indiana.

Delhi è come l’avevo lasciata un paio di mesi fa. Calda, caotica, sporca, moderna, elegante, ricca, povera, accogliente e allo stesso tempo estenuante. Delhi è molto più di una semplice città, Delhi è un microcosmo con ventuno milioni di abitanti che arrivano a trentaquattro se si include l’area suburbana, con una densità di più di undicimila persone al metro quadro, per intenderci quasi sei volte quella di Milano. La ricchezza più sfacciata convive a pochi chilometri dalle peggiori condizioni di povertà, edifici futuristici sorgono a fianco di catapecchie e camminando per qualche ora senza meta si ha l’impressione di entrare e uscire più volte in almeno una dozzina di città differenti, ognuna lontana anni luce dall’altra. Dall’India più autentica fatta di strade minuscole piene di gente, colori e profumi ai più sterili grattacieli con centinaia di piani e le pareti in vetro, a Delhi c’è tutto. L’impressione avuta la prima volta è confermata!

 

Ci arrivo la sera del 14 di agosto, il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza ottenuta nel 1947, probabilmente la festività indiana più sentita. Le strade sembrano ancora più piene della scorsa volta e proprio quando sto per arrivare all’ostello resto bloccato da una gigantesca sfilata di carri colorati che anticipa i festeggiamenti del giorno successivo. Mi ritrovo immerso in un caos indescrivibile. Tra gente che spinge per avvicinarsi ai carri e altri che fanno lo stesso per allontanarsi proseguire sulla loro strada, musica assordante, luci psichedeliche, ballerine in abiti sgargianti, mangiafuoco, urla, una banda con trombe e tamburi e altri mille pezzi di mille colori che vanno a comporre uno tra i puzzle più  pazzi che mi sia mai trovato di fronte e che continuerà per almeno un’ora impedendomi di arrivare a destinazione.

Il giorno successivo lo passo camminando senza meta tra i vicoli e i mercati della Old Delhi, per poi spostarmi nel pomeriggio verso l’india Gate, un’arco gigante dedicato ai caduti indiani caduti durante la prima guerra mondiale e la terza guerra anglo-afghana dove è prevista una grossa festa. La bandiera indiana oggi è ovunque, dipinta sui volti delle persone, appesa alle finestre degli edifici e sventolata su bastoni di ogni dimensione. Si percepisce un forte orgoglio nazionale, persone fiere della loro nazione felici di celebrarne l’indipendenza. La strada che porta al monumento è chiusa al traffico per più di un chilometro e piena di gente, con i giardini ai lati zeppi di famiglie e gruppi di amici che fanno picnic. Centinaia di minuscoli aquiloni volano in cielo e il clima è davvero allegro e festoso. Mi ferma una anziana signora che mi dipinge una bandiera indiana sulla guancia e così mi lascio trasportare tra la folla tra balli e musiche fino a sera.

Se ne va così anche l’ultimo giorno in India, un altro splendido capitolo di questo viaggio.  Una nazione che ad essere onesto non mi aveva mai affascinato e che non avevo nemmeno in programma di visitare, ma a cui sono arrivato troppo vicino per perdere l’occasione di farlo. L’India. Una delle esperienza più intense, complicate e segnanti che mi sia mai capitato di fare.

Molti dei viaggiatori che ho incontrato e che ci erano stati mi avevano detto che l’India o la si ama o la si odia, e in parte credo che questa cosa sia vera. L’india non è una nazione che si visita, o meglio, lo si fa, ma nello stesso tempo è lei a visitare te, a entrarti dentro, a metterti alla prova, a farti sorgere domande, dubbi. L’India ti sfida, sopratutto quando sei con uno zaino in spalla e hai un budget ridotto e arrivi a sera che appoggi la testa sul cuscino che ti sembra di aver combattuto una guerra per sopravvivere durante la giornata.  Questa sensazione l’ho avuta il primo giorno a Varanasi e non mi ha lasciato quasi mai in questi due mesi e mezzo. Tutto è difficile in India, tutto è complicato, apparentemente senza regole e anche quando sembra che tutto stia filando liscio succede qualche cosa che ti costringe a rivedere i tuoi piani. In India senza nemmeno accorgertene impari ad arrangiarti e a trovare soluzioni, a rivedere i tuoi piani in continuazione, ad essere reattivo e a non stupirti di nulla. Due mesi in India zaino in spalla potrebbero essere un ottimo training personale, di sicuro lo spirito di adattamento e di sopravvivenza di ognuno di noi qua escono allo scoperto!

 

Mi dicono che il sud è diverso, che il nord è più difficile e che la gente al nord  è meno ospitale…non so. Però generalizzare quando si parla di India è impossibile, e onestamente anch’io mi chiedo quanto posso averla capita in meno di tre mesi. Un paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti, gli stessi della Cina ma in un superficie quadrata grande solo un terzo di quest’ultima, in cui si parlano 24 lingue e più di 2000 dialetti, con migliaia di sfumature religiose e decine di gruppi etnici forse non può essere capito nemmeno in una vita intera.

Anzi, a volte ho avuto come l’impressione che probabilmente l’India non esiste, per lo meno non luogo per il quale è possibile chiedere “Ti è piaciuto?”, “La consigli?” e quella bandiera enorme che sventola nel cuore di Nuova Delhi rappresenta molto più di una semplice nazione, ma piuttosto un micromonodo (ma nemmeno tanto micro) così eterogeneo e ricco di sfaccettature che è impossibile sintetizzare in un solo nome o in un solo luogo.

Posso dire di essere felice di aver fatto questa esperienza, soprattutto oggi che sono passati alcuni mesi e in qualche modo ho metabolizzato tutto quello che ho vissuto lungo la strada, mentre con tutta onestà quando ero li e stavo per lasciare Delhi ero piuttosto contento di farlo, stanco del caos che regna quasi ovunque e con tanta voglia di provare qualcosa di nuovo. Se oggi ripenso a questi mesi invece mi rendo conto che poco alla volta restano solo i ricordi più belli e sempre poco alla volta ne affiorano di nuovo. Insomma, un’esperienza forte, intensa, che non so se rifarei, ma che sono davvero felice di aver fatto. L’India, per quel che questa parola possa significare, ti entra dentro e in qualche modo ti cambia per sempre.

Forse ci rivedremo, forse no, in ogni caso grazie di tutto!

24 ore a New Delhi

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