Quanto tempo… Esattamente tre mesi dopo l’ultima pagina in cui ho raccontato quel viaggio infernale tra Kargil e Srinagar mi rimetto a scrivere. Quante cose sono successe in questi tre mesi. Il 18 settembre 2017, l’ultima volta che ho aggiornato il diario, me lo ricordo bene.  Ero a Labuan Bajo, sull’isola Indonesiana di Flores, ed era il giorno prima di partire alla scoperta del Parco Nazionale di Komodo. Dormivo in una grossa camerata mista in un ostello nel cuore della piccola cittadina, e mi ero messo a scrivere sdraiato al secondo piano del letto a castello. Ricordo che già allora scrivendo delle ultime settimane in India avevo come l’impressione di raccontare qualcosa accaduto almeno cinque anni fa, invece erano passati solo che pochi mesi. In questo periodo poi, per una serie di motivi, ho smesso di scrivere, o per lo meno ho smesso di farlo così assiduamente. Così oggi, in un piovoso pomeriggio balinese, preso da un filo di nostalgia e trasportato dai ricordi per la prima volta ho avuto il timore di rischiare di dimenticare un’esperienza che giorno dopo giorno considero sempre più incredibile e non c’è voluto molto per riaprire il pc e rimettermi a scrivere.

Ero rimasto a Srinagar, la capitale del Kashmir nell’estremo nord dell’india, una città con più di un milione di abitanti che si sviluppa sulle rive del Lago Dal a quasi 1600 metri di quota. Ricordo bene che la prima impressione che ho avuto appena sceso da quel maledetto pullman dopo un viaggio notturno da incubo è quella di essere lontano dall’india, in uno insolito mix di montagne, cultura musulmana, vegetazione rigogliosa e una modernità che sembra sembra avanzare senza riuscire a staccarsi di dosso del tutto la tradizione.

Ma al mio arrivo sono a pezzi e così mi faccio portare nel centro della città e mi sistemo nella camera 201 del Kashmir Hotel International, bloccato da una febbre che non ne vuole sapere di mollarmi. L’albergo questa volta è molto meglio di quelli a cui mi sono abituato negli ultimi mesi, conseguenza naturale del fatto che quando si sta poco bene l’attenzione per il budget passa in secondo piano, soprattutto in zone come queste, senza turisti e con standard igienici e di pulizia che sono piuttosto lontani dai nostri. La stanza è luminosa e affaccia sulle strade del quartiere di Lal Chowk, una delle zone centrali di Srinagar, con un letto  a due piazze e nonostante sia ricoperto un agghiacciante copri lenzuola nero decorato con una stampa raffigurante due tigri, è davvero comodo e sopratutto pulito, l’unica cosa di cui si ha bisogno quando si sta da schifo.

Passo le prime giornate completamente a letto, alternando il sonno alla Tv satellitare con diversi canali in lingua inglese. Alla fine metà del tempo la passo zippando tra il cricket e il Kabbadi, uno sport che prima d’ora non avevo mai sentito nominare che a quanto pare in India è parecchio popolare, e che con il Cricket ha in comune regole incomprensibili e un livello adrenalinico quantomeno discutibile.

In più di dieci giorni lascio la camera solo un paio di volte per raggiungere la farmacia sulla via parallela e altre tre una volta al giorno per arrivare al negozio di frutta all’angolo opposto della strada e comprare qualcosa da mangiare. Queste tre uscite però mi bastano per fare “amicizia” con i negozianti seduti davanti alle loro vetrine . In Kashmir i turisti occidentali sono pochi, anzi pochissimi, e non c’è da stupirsi della cosa dato che basta fare una ricerca online per scoprire che ci sono la maggior parte dei portali turistici sconsiglia vivamente la zona per questioni di sicurezza. Per questo un bianco che passeggia per strada non passa inosservato, sopratutto quando per giorni sembra uscire ad intervalli regolari sempre nello stesso posto, e così dopo il primo “where are u from?”, e qualche parola iniziano a salutarmi calorosamente e mano mano sto meglio man mano le chiacchierate si allungano.

Di Srinagar ho un ricordo dolceamaro. Avrei voluto passare due settimane intere alla scoperta del Kashmir e invece mi sono ritrovato chiuso in una stanza d’albergo per quasi quindici giorni, devastato da una febbre che non mi ha dato tregua per quasi tutto questo periodo e che mi ha addirittura costretto ad una giornata in ospedale per sottopormi ad alcuni esami e scongiurare qualcosa di serio. Per la seconda volta a un certo punto ho avuto come la sensazione di essere arrivato al capolinea, di essere stanco e di voler tornare a casa, sensazione che poi però anche questa volta è sparita appena mi sono rimesso in piedi.  Perchè alla fine si, dopo quasi due settimane e due soli giorni a disposizione prima di ripartire verso Delhi, mi sono rimesso in piedi e sono riuscito a godermi almeno parte della città.

Cheddire, Srinagar è stata una bella sorpresa. In realtà la città non offre attrazioni mozzafiato o monumenti di chissà quale importanza, ma nel complesso, nonostante la presenza dell’esercito indiano ad ogni angolo della strada, si respira un’atmosfera molto piacevole, con i locali super sorridenti e curiosa nei miei confronti.

Probabilmente ciò che caratterizza di più il paesaggio della captale del Kashmir è lo splendido Lago Dal, soprannominato il gioiello di Srinagar, un bacino d’acqua di quasi 18 chilometri quadrati che si estende nella zona nord della città, a pochi passi dalle zone più centrali. Il lago, oltre a creare un paesaggio davvero suggestivo con enormi parchi che si estendono per centinaia di metri lungo le sue sponde è celebre anche per ospitare le famose houseboat, enormi barconi che fungono da case galleggianti in legno attraccati praticamente ovunque lungo le coste. 

Alcune houseboat sono vere e proprie abitazioni mentre la stragrande maggioranza è adibita a guesthouse o a hotel. Ve ne sono di ogni tipo, di ogni dimensione e sopratutto per ogni tasca, dalle più semplici in cui si può pernottare con una decina di euro a notte a quelle più lussuose con prezzi più di dieci volte maggiori, tutti però con uno stile abbastanza simile, che definirei una strana fusione tra barocco e coloniale. La sensazione a dir la verità è che ci sia un numero di houseboat totalmente sproporzionato rispetto al piccolo numero di turisti in zona, e il tour in canoa che decido di fare al tramonto non fa altro che confermarla. Le houseboat sono centinaia, forse migliaia, disposte una di fianco all’altra e raggiungibili solo tramite minuscole barchette che fungono da traghetti. Qua e la spuntano barconi adibiti a supermercati o a piccoli negozi e commercianti che si muovono su barchette a motore che fanno da botteghe ambulanti e tutto ciò  da vita ad una vera e propria città galleggiante.

Dopo la notte passata in houseboat economica ma abbastanza carina, spendo il secondo e ultimo giorno per Srinagar alla scoperta delle moschee della città, tra cui la famosa Roza Bal, che alcuni studiosi considerano essere la tomba di Gesù Cristo, secondo una ricostruzione delle Sacre Scritture per cui Gesù riuscì a salvarsi dalla crocifissione e scappò poi in Kashmir dove morì in età avanzata. Salgo poi a piedi sulla collina di Hari Parbat per visitare le rovine di un forte risalente al diciottesimo secolo dalle cui mura si può godere di una splendida vista sulla città sottostante e sulle montagne intorno. Ritorno infine in centro nel pomeriggio, passeggiando tra le piccole ed affollate stradine della città, in un miscuglio di caos, colori e profumi che di colpo mi riporta in India. Nonostante stia molto meglio, devo dire di non essere ancora al cento per cento e l’ultima cosa di cui ho voglia in questo momento sono  i cibi speziati indiani e così per la prima volta in più di sei mesi mi faccio tentare e decido di tornare alle origini cedendo al richiamo della pizzeria Amigo’s!

Pizza a parte, che tra l’altro si rivelerà ottima, Amigos mi offre l’ennesima sfaccettatura di India. Nella moderna sala del locale, il cui ingresso si trova proprio di fronte ad uno dei principali college della città, resto colpito nel numerose coppie di ragazzi e ragazze sedute ai tavolini. Voglio dire, nulla di strano se fossi a Milano, ma cosa che mai avrei pensato di poter trovare nel “remoto” e musulmano Kashmir.

Questa in realtà è stata solo l’ultima di un serie di immagini a cui mi sono trovato di fronte in questi giorni che mi hanno rivelato un Kashmir molto più moderno e  aperto di quanto mi fossi immaginato, sopratutto rispetto ad altre zone dell’India dove invece si respira un atmosfera molto più tradizionalista o conservatrice. Nonostante il forte influsso della cultura islamica, a Srinagar ho avuto l’impressione di essere in una città moderna, vivace e al passo coi tempi, non di certo una metropoli occidentale ma sicuramente non la città che mi sarei immaginato di trovare dopo l’esperienza pessima di Kargil a solo qualche centinaio di chilometri di distanza. Ho visto una città in cui uomini e donne sembrano vivere nelle stesse condizioni, cosa non banale nel mondo musulmano, una città curiosa, aperta alla novità e al diverso e una città che nonostante la forte presenza militare riesce ad essere ospitale e sopratutto a farti sentire al sicuro.

Forse per la prima volta da quando sono partito ho il rimpianto di non avere visitato un posto come avrei voluto, e causa di questo maledetto virus che mi ha costretto a letto per quasi due settimane mi ritrovo con il rimpianto di non aver potuto scoprire il Kashmir come avrei voluto. Non credo ritornerò in India, ma se lo farò sarà per tornare qua!

E’ tempo di ripartire verso Delhi, per gli ultimi giorni indiani prima di una nuova avventura in l’Indonesia. Dopo sei mesi torno in aereo e metto la parola fine a quel viaggio on the road iniziato a marzo in Nepal che tra mille avventure mi ha portato fino a qui, a un passo dal Pakistan in una terra che mai avrei pensato di avere la fortuna di visitare. A distanza di mesi ho la pelle d’oca solo a scriverlo.

Kashmir si o Kashmir no? Da Kargil a Srinagar

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