Rientrato a Lamayuro dopo il trekking interrotto decido di fermarmi un paio di giorni per riposare e riprendermi prima di continuare verso Kargil, in direzione Kashmir. Ho un volo tra una decina di giorni che mi riporterà a Nuova Delhi e ormai purtroppo non ho più il tempo per visitare la Zansakar Valley, la vallata che avrei voluto raggiungere a piedi. Un po’ mi spiace, ma ormai di montagne in questi ultimi cinque mesi non posso dire di non averne viste, e così preferisco riprendermi e per continuare poi verso il Kashmir, in modo tale da poterci passare almeno una settimana piena, dato in molti mi hanno parlato di questa zona come una delle più belle dell’India.

Caso vuole che tornato a Lamayuro nella stessa Guesthouse da cui ero partito un paio di giorni prima incontro un gruppo di italiani appartenenti ad un’associazione che da una decina d’anni si impegna a finanziare la scuola pubblica del villaggio e a garantire un’istruzione qualitativa ai bimbi di tutte le classi sociali. Mario e sua moglie Gabriella hanno fondato l’associazione Orient@menti più di dieci anni fa e ogni anno tornano in Ladakh per portare materiale e per seguire da vicino l’evoluzione del loro progetto. Proprio domani si tiene l’annuale festa della scuola, un’esibizione di balli e canti a cui partecipano i bambini di tutte le classi, a cui fa seguito poi un momento più formale in cui i dirigenti  scolastici e i membri dell’associazione si incontrano per fare un punto sul progetto e decidere quali sono le priorità su cui concentrarsi per l’anno successivo. Quest’anno Orient@almenti ha finanziato il progetto di un ostello in cui i bimbi possono vivere durante la settimana scolastica, studiare e fare esperienze di vita comune, cose non banali per quei bambini che arrivano da villaggi sperduti o che peggio proprio per la distanza non potevano frequentare le lezioni.

Vengo invitato a partecipare alla festa e così il giorno successivo lo passo nel cortile della scuola, allestito per fare da palcoscenico ai ragazzi e per ospitare le numerose persone del villaggio che partecipano alla festa. Non assisto solo ad una semplice festa della scuola, ma una vera e propria festa di tutto il villaggio, a cui partecipano decine e decine di persone ed ognuno poi da il proprio contributo al gigantesco pranzo finale cucinando cibi locali. Una giornata inaspettata, diversa e sopratutto una splendida full immersion nella cultura Ladakhi, un mix di influenze indiane, tibetane e pachistane che si mischiano a buddismo e islamismo che qua convivono in modo assolutamente pacifico.

 

Passo un altro giorno a Lamayuro e ne approfitto per visitare lo splendido monastero del villaggio. Anche se in realtà i sintomi della febbre non sono ancora scomparsi il giorno successivo decido di continuare verso Kargil, per una tappa intermedia prima di continuare verso Srinagar, la capitale del Kashmir.

Il monastero di Lamayuru

 

Il Pullman che da Lamayuro porta a Kargil parte intorno alle sei del mattino da Leh e arriva poi a Lamayuro intorno alle nove. In realtà, come spesso accade l’orario è solo indicativo, perché su queste strade può succedere di tutto e così quando si prende un pullman che ha come capolinea una città distante da quella in cui ci si trova, si arriva alla fermata consapevoli che si potrà tranquillamente aspettare per una o due ore. Devo dire che ormai alla cosa non faccio più molto caso, e anzi mi rendo conto che con il passare del tempo sono diventato molto più paziente, quasi come fosse cambiata la mia percezione del tempo, e l’attesa di un’ora o due non mi spaventa affatto.

Il pullman dovrebbe fermarsi sulla strada principale proprio in centro a Lamayuro, di fronte a un ristorante e alcuni minuscoli negozi stipati all’inverosimile di merce di ogni tipo, come dei supermercati in miniatura. Dico dovrebbe perché oggi, nonostante ala fermata ci fossimo io, una ragazza e un anziano signore, tutti e tre con il braccio esposto per richiedere la fermata, l’autista inspiegabilmente ci fa un cenno con la mano e continua senza imperterrito per la strada. Non capisco. Vedo il pullman allontanarsi su per i tornanti di Lamayuro, con noi che rimaniamo a bordo strada. Non capisco e non mi aiuta a capire nemmeno la risposta che mi da il vecchio quando gli chiedo un chiarimento: mi sorride, mi fa un segno con le mani come per dire “capita” e con tranquillità mi dice “No bus today”. Come no bus?! Voglio arrivare a Kargil, come posso fare? “Maybe bus tomorrow. Or maybe Autostop”.

Non è la prima volta che mi capita una cosa simile qua in India. Se da una parte ho imparato ad aspettare dall’altra fatico ancora troppo a convivere con una realtà che rende praticamente impossibile programmare spostamenti e vari altri aspetti della vita quotidiana . Per me non è normale che se un bus deve fermarsi non si ferma e che sono costretto a rimandare i miei programmi di un giorno. Non che debba fare chissà che, ma non riesco proprio a concepirlo, mentre per quest’uomo e per la ragazza è tutto assolutamente nella norma, come è nella norma rispondere semplicemente maybe quando chiedo se domani ci sarà un pullman.

Ci sono due parole inglesi che in india si sentono spesso, anzi troppo spesso: “No Possible”, senza ulteriori spiegazioni e “Maybe”, e questa due parole le incomincio ad odiare. “Come arrivo in quel posto?” “No possible”. “C’è il pullman?” “Maybe”. “Vorrei un biglietto per quella città”. “No possible!” “Mi serve un permesso per andare la?” “Maybe”.

In realtà poi la maggior parte della volte il no possible non è veramente un no possible ma solo un modo per dire che la cosa è possibile ma non è così semplice, e che devi informarti, chiedere , richiedere e alla fine il modo lo trovi, e dopo un po’ con la cosa si inizia a convivere. Ma il maybe è quello che più non sopporto perché quasi sempre significa per davvero letteralmente forse e quando il vecchio mi dice che forse domani ci sarà il pullman è perché veramente non sa se ci sarà o no, e probabilmente verrà e aspetterà come ha fatto oggi, per niente infastidito dal fatto che il pullman non si sia fermato. Tornerà qua domani e aspetterà il prossimo o se proprio ha fretta farà autostop, nessun problema. Per noi occidentali abituati ad organizzare e pianificare tutto la cosa non è facile da digerire, e anche se probabilmente non riuscirò mai ad abituarmici, col senno di poi penso che in fondo in fondo ci faccia bene ogni tanto ragionare e organizzarsi stravolgendo le nostre abitudini. Se non altro è un ottimo allenamento per esercitarsi a cambiare programmi e trovare soluzioni rapide e originali ai problemi. Ma queste cose come dicevo sono solo frutto del senno di poi, perchè quando devi aspettare altre ventiquattr’ore per il pullman successivo, l’unica cosa che ti viene spontanea è solo qualche parolaccia e il mettere il braccio all’aria sperando in un autostop. Alla fine arrivo a Kargil così, in macchina con due militari di basta Leh che stanno tornando a casa per un periodo di vacanza.

Foto ricordo con l’autista

Kargil non è esattamente quella che si può definire una bella città. Un grosso centro abitato nel mezzo di un paesaggio arido e roccioso. La città però è l’unico grosso centro abitato tra Leh e Srinagar, ed è tristemente famoso per essere stato il principale teatro di battaglia della Kargil War, combattuta nella primavera del 1999 tra india e Pakistan, dopo che quest’ultimo ha invaso la zona per conquistarla.

Trovo un albergo a cui probabilmente devo assegnare il primo posto della speciale classifica dei posti peggiori in cui ho dormito in questi mesi. Un conto sono i posti poveri e i posti semplici. Questo invece non posso classificarlo nella categoria dello schifo. Una camera sporca come poche in fondo ad un buio corridoio in cemento che ricorda vagamente qualche prigione di un castello medievale. Muri scrostati, moquette verde lurida per terra, due cuscini fatti da sacchi di plastica ripieni di granelli di qualcosa e rivestiti in due copri cuscini gialli, lenzuola che a passarci la mano rimane lo sporco sui polpastrelli e un bagno che oltre ad un arredamento che definirei minimalista, ha lo stesso odore del cesso degli autogrill la settimana di ferragosto. Ho schifo a toccare qualsiasi cosa, ed è l’unica volta in cui mi sono pentito di essere stato tirchio e avere scelto solo in base al prezzo, come faccio di solito. Ci resto solo per una notte che ho passato in bianco dopo che sono stato svegliato da un solletichino al braccio sinistro. Erano due scarfaggi grossi come datteri che salivano e volevano andare non so dove. Quando gli ho illuminati con la torcia del cellulare ho fatto un salto di mezzo metro e non sono più riuscito a chiudere occhio, dato che per le ore successive ho avuto la sensazione di avere insetti ovunque.

A Kargil non faccio molto, e le 36 ore che vi passo trascorrono piuttosto noiose. Camminando per strada si ha la sensazione di essere catapultati in qualche città araba, a migliaia di chilometri di distanza dai villaggi buddisti che sorgono qualche decina di chilometri più ad est. Il pezzo di India che da Kargil arriva fino al confine con il Pakistan è completamente musulmano, ma Kargil a differenza del resto del Kashmir è a maggioranza sunnita e vi si pratica un islam piuttosto radicale. Passeggio per la via centrale aspettando le dieci di sera, quando finalmente partirà il pullman notturno per Srinagar, che arriverà nella capitale del Kashmir intorno alle sette della mattina successiva. Per strada si incontrano quasi solo uomini, molti dei quali sono vestiti con lunghi abiti bianchi e il capello tradizionale muslmano. Dopo l’ennesima vasca per la via mi chiudo in un caffè con un libro e aspetto sera. Alle dieci finalmente parto. E’ il momento di iniziare l’ultima avventura indiana!

Kashmir si o Kashmir no? Da Kargil a Srinagar
Da Photoksar attraverso il Singue La Pass. Un trekking finito in anticipo

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