Il secondo giorno di trekking inizia sotto un cielo ancora ricoperto dai nuvoloni grigi che hanno portato abbondante pioggia durante la notte. Colazione presto, prima delle sei, sperando che la pioggia come ieri non si ripresenti  prima del tardo pomeriggio, e poi via, parto. La giornata di oggi sulla carta non sembra essere meno impegnativa di quella di ieri: dai 4200 metri del villaggio di Photoksar, dove ho passato la notte, inizia una salita di più di venti chilometri fino ai 5050 metri del Singue La pass e da li poi una discesa lungo il versante opposto fino ai piedi del passo, dove dovrebbe esserci un piccolo accampamento in cui passare la notte. A dir la verità, nonostante la giornataccia di ieri, ho ancora l’intenzione di proseguire oltre e arrivare fino ad un villaggio che non vedo sulla mappa ma che dovrebbe essere ad un paio ore di cammino più avanti.

Salendo sul sentiero di fronte al villaggio di Photoksar, dall’altra parte della vallata

Dopo un  primo strappo iniziale appena lasciato Photoksar il sentiero su cui ho cominciato a camminare si ricongiunge per un centinaio di metri alla strada carrabile che ho già percorso ieri e che dovrebbe continuare fino ad oltre il passo, per poi distaccarsi e proseguire parallelo poco sotto nella vallata. Bastano pochi minuti di cammino però per capire che anche oggi sarà parecchio dura: le gambe sono pesanti e più che uno zaino ho la sensazione di trasportare sulla schiena un macigno. Decido però di continuare sulla strada principale, dato che nonostante sia più lunga rispetto al sentiero sale sicuramente in modo più dolce e regolare. Cammino per qualche ora su uno stupendo tratto in leggero falsopiano in un paesaggio più verde e meno brullo di quello di ieri, con un cielo che nel frattempo si è ripulito e mi regala uno di quegli incredibili sfondi azzurro intenso a cui mi ha abituato il Ladakh. Impiego quasi di un’ora cercando il punto migliore in cui guadare un grosso torrente che scende da una delle numerose vallate laterali e taglia di netto la strada e alla fine sono costretto a togliermi scarpe e pantaloni, legarli allo zaino, e attraversarlo in mutande, aiutandomi con un bastone di legno recuperato poco prima. Come già successo ieri, anche oggi ho la sensazione di essere completamente immerso nel nulla. Cammino in una natura incontaminata in cui l’unico segno umano è la strada sterrata deserta su cui sto salendo. Non ci sono ne villaggi ne turisti. Mi fermo e mi siedo per riposare un po’ su un grosso sasso a bordo strada. Sono immerso in uno spettacolo incredibile, ma allo stesso tempo mi rendo conto che forse non è il posto migliore in cui venire da soli, sopratutto senza tenda e sacco a pelo. In diversi mesi di trekking non ho mai avuto la sensazione di essere così isolato da tutto.

Superato il fiume inizia la parte finale della salita. Sono dieci chilometri e seicento metri di dislivello su una strada che sale attraverso infiniti tornanti sterrati scavati nella montagna rocciosa. Dal basso si vede una lunga striscia di neve in prossimità del passo, che però sembra essere sempre troppo lontano. Sto faticando come ieri, probabilmente di più. Salgo a piccoli passi con lo sguardo fisso a terra, fermandomi di tanto in tanto per riposare gambe e spalle. Spengo il gps perché ormai ho la sensazione che i metri durino quanto i chilometri e ogni volta che mi guardo il polso mi demoralizzo scoprendo di non aver fatto più di una ventina di metri da quando l’ho guardato qualche minuto prima. Ho la sensazione di avere qualche linea di febbre ma non ci penso e continuo piano piano. Se fossi in gara questo sarebbe uno di quei momenti che comunemente si chiamano crisi, in cui si è convinti di avere ormai raschiato il fondo del barile delle energie, e che per essere superati richiedono uno sforzo mentale non indifferente. La verità però è che questa non è assolutamente una gara e mi trovo completamente senza forze in mezzo al nulla da qualche parte dell’India del Nord.

Probabilmente la cosa giusta da fare sarebbe girarmi e tornare indietro, tornare a Photoksar a costo di arrivarci la sera e l’indomani sperare in un passaggio per tornare a Lamayuro, perché pensare di fare cinque giorni di cammino così è assurdo. Ma poi scatta quella vocina che ti dice che sei in un posto pazzesco, che molto probabilmente non ti capiterà di tornarci,  che ieri ti sei distrutto camminando per otto ore e che non puoi buttare via la fatica fatta,  e che quindi vale la pena continuare, anche piano piano, sperando di arrivare il prima possibile al villaggio per riposare. Anche oggi, come accade fin troppo spesso,  la vocina ha la meglio e così dopo sei ore di cammino e tre delle quali di agonia finalmente raggiungo il Singue La pass. Ennesimo posto da pelle d’oca ed ennesimo panorama da non crederci, ma invece è vero, sono qua, in carne ed ossa, e ci sono completamente immerso.

Come inizio la discesa incomincia a piovere a dirotto e non smetterà per tutto il pomeriggio. Per fortuna tra tutto l’equipaggiamento da trekking che ho lasciato a Kathmandu per quando tornerò ad ottobre non c’erano ne giacca impermeabile ne piumino, che ho tenuto entrambe con me nello zaino con la filosofia del si sa mai, e oggi mi serviranno tutti e due. Ci vogliono ancora più due ore di cammino per arrivare all’accampamento ai piedi dell’altro versante del passo. Avrei voluto continuare oltre ma già durante la salita mi sono convinto che per oggi l’accampamento basta e avanza, e così quando da lontano ho finalmente intravisto la tenda in plastica bianca ho tirato un sospiro di sollievo.

Purtroppo però l’euforia mi lascia appena scopro che per dormire qua ci vuole una tenda o per lo meno un sacco a pelo, dato che non c’è posto per dormire al coperto e che la tenda blu che ho visto da lontano non è altro che un gazebo pieno di buchi che copre una zona con un tavolino e due panche. Fantastico. Mi fermo qualche minuto con l’uomo che per proteggersi dalla pioggia sta sotto la tettoia di un minuscolo stanzino in pietra che usa come micro cucina. Siamo solo io e lui, nessun altro intorno.

La cosa positiva è che l’uomo che gestisce il minuscolo rifugio mi conferma che il villaggio che non vedo sulla mappa ma di cui mi hanno parlato ieri a Photoksar in cui avrei potuto trovare un homestay esiste e lo posso raggiungere in meno di un paio d’ore cammino. Sono completamente a pezzi ma  non ho alternativa, mi rimetto in marcia nel momento esatto in cui quasi per dispetto riparte un acquazzone incredibile. Intorno ho solo nebbia e grigio; accellero il passo e mi metto un po’di musica nelle orecchie per farmi compagnia. La schiena e le spalle sono tutte indolenzite per il peso dello zaino e le gambe stanche come poche altre volte. La sensazione di malessere ormai è più di una sensazione e sono certo di avere febbre e quasi certamente più di qualche linea, ma prima di pensare a qualsiasi soluzione devo arrivare sotto un tetto, cambiarmi i vestiti fradici e mangiare qualcosa. Testa bassa vado avanti e finalmente, dopo aver abbandonato la strada sterrata e percorso una discesa che scende verticale fino a fondo valle, raggiungo il villaggio posto proprio sul fondo della vallata.

Non ci vuole molto per trovare una sistemazione. Una donna alla finestra della prima casa che incontro mi chiede se ho bisogno di una sistemazione e le faccio cenno di si. Anche oggi come ieri non mi interessa ne costo ne il tipo di casa, ho solo voglia di asciugarmi, cambiarmi, e riposare. La donna mi porta una stanza molto simile a quella in cui ho dormito a Photoksar, col pavimento ricoperto di tappeti e dei cuscini  che fungono da materasso sistemati lungo i bordi. Con lei in casa ci sono la madre, una donna probabilmente meno anziana di quanto le rughe sul viso suggeriscano e le due figlie di cinque e dodici anni che mi prendono subito in simpatia, con la maggiore che come spesso accade parla qualche parola di inglese e fa da interprete tra me e la donna.  Mi offrono subito un the caldo con biscotti che divoro in un attimo.

Come mi cambio e mi asciugo la sensazione di febbre peggiora e i brividi di freddo iniziano a salire lungo la schiena, insieme ad un insopportabile mal di tesa. Sono le cinque del pomeriggio e provo a dormire qualche ora prima di cena ma è impossibile e l’unico risultato è che quando mi risveglio poco dopo sto veramente da schifo. Ho esagerato durante gli ultimi due giorni, probabilmente non ero già al cento per cento prima di partire e come sempre avrei dovuto ascoltare il fisico e fermarmi, ma ormai è tardi e sono in uno dei peggiori posti in cui avrei mai voluto trovarmi da malato.

Stare male quando si è da soli è davvero brutto, stare male da soli lontano da tutto è bruttissimo. Tralasciando il racconto della nottata infinita passata senza riuscire a prendere sonno, con e i brividi della febbre e la testa che scoppia, mentre la parte più razionale del cervello prova a trovare una soluzione per tornare alla “civiltà” ed un ‘altra, sicuramente più disfattista, mi suggerisce un elenco delle peggiori cose che possono succedere trasformando la febbre nel sintomo di chissà quali terribili malattie. Il fatto è che quando sta male in queste condizioni di colpo ci si sente vulnerabili e ci si chiede in continuazione cosa succederebbe se ci si trovasse veramente ad aver bisogno di aiuto. Ora ho febbre, ma se peggiorasse o mi succedesse qualcos’alto, come potrei farmi capire e chi potrei chiamare? Come potrei arrivare in ospedale? Chi e come potrebbe avvertire casa?

Nel frattempo più razionalmente mi convinco che il trekking finisce qua e che rimarrò qua uno o due giorni prima di tornare indietro, sperando magari di incrociare una jeep o un altro mezzo che possa portarmi a Lamayuro, dato che la signora mi ha confermato che ogni tanto qualche jeep arriva in un piccolo villaggio poco oltre il campo base e che quindi nella migliore delle ipotesi basterebbero un paio d’ore di cammino e tata fortuna per riuscire a tornare indietro.

Nonostante la notte insonne la mattina dopo ho la sensazione di stare un po’ meglio e così decido che la cosa migliore da fare è provare a tornare indietro, almeno fino al campo base aspettare la jeep, dato che da li si ha una visuale sulla strada che sale dalla vallata . Non voglio passare un’altra giornata qua: ho bisogno di un letto vero e di farmi una doccia. Rischio, e se non trovo nessun mezzo tornerò qui verso sera. Sono due ore di cammino per andare e due per tornare, ma la voglia di un letto e di trovare un posto dove poter riposare è sufficiente per farmi rischiare. In realtà sto peggio di quanto avevo la sensazione di stare e così mi trascino su per la ripida salita affrontata ieri in senso opposto e torno fino alla tenda del campo. Per fortuna a differenza di ieri oggi splende il sole e poco dopo mezzogiorno, quando ci arrivo, mi butto seduto in un prato poco distante con gli occhi fissi sulla strada.

Ci sono delle volte in cui con il senno di poi, pensando a come sono andate alcune situazioni passate, non possiamo fare altro che annuire e dirci tra noi e noi”checculo”. Ecco. Questa è una di quelle giornate che ricorderò in questo modo. Perché dopo tre ora d’attesa in un prato, con la febbre salita di nuovo e la nausea che sale al solo pensiero di dover ricamminare altre due ore per tornare indietro, vedo spuntare in lontananza un camion che sale dalla vallata. MI sale la pelle d’oca alta tre dita e con le poche energie rimaste inizio a scendere velocemente fino ad arrivare a bordo strada, per non rischiare di perdere il passaggio. Non mi sfiora nemmeno l’idea che il camion potrebbe fermarsi di li a qualche chilometro lungo la strada ne quella che potrebbe per qualsiasi ragione non farmi salire e fortuna vuole che non succede niente di tutto questo. Il camion è guidato da un militare dell’esercito indiano e al suo Fianco siede un uomo di mezza età in abiti borghesi. Come mi raggiungono si fermano e il militare mi fa cenno di salire. Gli chiedo dove va: Leh. Non ci posso credere. Mi lascerà a qualche chilometro da Lamayuro, sulla strada principale. Sono distrutto ma finalmente torno indietro.

Ci vorranno quasi sette ore di camion per ripercorrere la strada su cui ho camminato per questi due giorni. Man mano torniamo indietro mi rendo conto della distanza che ho percorso e pure della stupidità di essere partito senza tenda ne sacco a pelo. In due giorni ho percorso quasi 80km ad un altitudine media di oltre i 4000m e con almeno 16 o 17kg nello zaino. Ma più che bravo mi dico stupido, perché sono partito per un trekking del genere pensando di andare a fare una passeggiata e alla fine, come è giusto sia, l’ho pagata. Fortunatamente il tutto è finito nel migliore dei modi, ma la cosa mi servirà di lezione.

Da Lamayuru a Kargil, continuando verso il Kashmir
Trekking in Ladakh. Da Lamayuru a Photoksar

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