Dopo il lago di Pangong, la Nubra Valley e più di due settimane a Leh in cui ho avuto la fortuna di partecipare come comparsa in un film di Bollywood e quella di poter ascoltare una lezione del Dalai Lama è tempo di muovermi dal Ladakh e proseguire verso il Kashmir. C’è però ancora un posto che vorrei vedere, e si trova proprio a metà strada tra il Ladakh e il Kashmir: la Zanskar Valley! Si tratta di una lunga vallata che si imbocca dalla cittadina di Kargil, proprio a metà strada tra Leh e Srinagar, la capitale del Kashmir, e prosegue verso est (in direzione Leh) per più di duecento chilometri, tra scenari mozzafiato e villaggi sperduti. Decido però di raggiungerla a piedi e invece che entrare e uscire dalla vallata passando per Kargil, voglio di iniziare il mio cammino dal piccolo villaggio di Lamayuru, a ovest di Leh, proseguire verso sud fino a Padum, l’ultimo villaggio della vallata, quello più ad est, e poi da li continuare in jeep fino a Kargil per proseguire poi verso il Kashmir. Questa almeno è l’idea. Il trekking che da Lamayuro porta a Padum dura circa nove giorni ma mi rendo conto subito che non ho tutto questo tempo e decido così di saltare le prime due tappe facendole in jeep, riducendo il percorso a sette giorni, che contando su un ipotetico ottimo stato di forma che in realtà non ho, ma di questo mi accorgerò solo una volta in cammino, vorrei ridurre a cinque.

In rosso il percorso da Leh a Srinagar, in viola il trekking che da Lamayuru porta alla Zanskar Valley

 

Insomma, con un programma fantasioso e abbozzato su google map e maps me senza aver consultato una reale cartina (altro errore) lascio Leh nel primo pomeriggio con un bus diretto a Lamayuru e vi arrivo la sera per l’ora di cena. Trovo una guesthouse a buon prezzo e sopratutto riesco ad organizzare un passaggio in jeep per la mattina successiva in modo da seguire l’ipotetico programma che mi sono costruito. Il marito della titolare della guesthouse è un uomo simpatico sulla cinquantina, basso e robusto con i classici lineamenti tibetani, e oltre a rendersi disponibile dietro compenso a portarmi mi rassicura sul fatto che il programma che ho ipotizzato è fattibile. Mi conferma anche che il percorso può essere fatto tranquillamente senza guide, dato che la strada è piuttosto semplice da seguire, e che non servono nemmeno tenda e sacco a pelo, in quanto è possibile trovare ospitalità nei villaggi che si attraversano.

La mattina successiva ci avviamo in jeep poco dopo le sei. Oggi vorrei arrivare al piccolo villaggio di Photoksar, che partendo a piedi da Lamayuru si dovrebbe raggiungere al terzo giorno di cammino, ma grazie al passaggio in auto l’uomo mi garantisce che ci posso arrivare tranquillamente in sei o sette ore di cammino. Mi dice anche che però sono anni che non percorre più questi sentieri e pur continuando a rassicurarmi sulla semplicità del percorso, mi fa capire senza dirmelo chiaramente che le informazioni che mi sta dando sono frutto di ricordi piuttosto sbiaditi e che lui in realtà a Padum a piedi non ci va da almeno 15 anni. Perfetto.

Continuiamo su una strada sterrata carrabile e ci fermiamo nel bel mezzo di un canyon di roccia a fianco di un piccolo ponte di legno che attraversa il ripido torrente che scende verso valle. Sull’altra sponda si intravede un sentiero che passa tra le rocce e sale costeggiando il fiume. L’uomo mi dice che posso iniziare a camminare da li, e che tra un paio d’ore di dovrei attraversare un primo villaggio. Mi raccomanda poi di non prendere nessuna deviazione e continuare dritto tenendo sempre il fiume come riferimento fino a che la stretta valle non si aprirà e avrò di fronte il Sirsir La Pass, che dovrò oltrepassare per poi discendere verso Photoksar, al di la del passo.

Lo ringrazio e lo saluto, dopodiché vedo la jeep che fa inversione e si allontana velocemente in direzione Lamayuru. Sono solo. Non cammino in montagna dall’ultimo trekking nepalese nel Langtang ad inizio giugno, quasi due mesi fa, ma mi bastano pochi minuti di marcia per sentire di nuovo quella strana sensazione di tranquillità unità ad un pizzico di  timore mischiato ad adrenalina dato dalla consapevolezza di essere completamente solo, lontano da tutto e a ore di distanza dal primo centro abitato. Cammino per una ventina di minuti percorrendo una traccia sempre meno chiara che d’un tratto scompare completamente in un ripido dirupo che scende per qualche decina di metri fino al fiume. Mi blocco. Devo aver sbagliato strada perché di qua non si va da nessuna parte, così torno indietro per un centinaio di metri guardando a destra e sinistra per individuare la deviazione che ho mancato. Scendo lentamente ma non riesco ad individuarla. Risalgo per poi scendere di nuovo ma ancora nulla, non ci sono altri sentieri. Non so bene cosa fare ma mi convinco che da dove sono non posso andare da nessuna parte  e così dopo averci pensato un po’ decido di scendere fino alla strada principale. Sullo smartphone ho l’app MappsME su cui ho scaricato cartina stradale della zona e così guardandola mi rendo conto che posso continuare fino a Photoksar seguendo la strada carrabile.

Ci sono 37km da percorrere e 1500 metri di salita, ma sembra essere l’unica soluzione possibile insieme a quella di tornare indietro che però escludo, anche perché l’ultimo villaggio attraversato in auto si trova a quasi venti chilometri da dove sono. Via. Mi ripeto che 37 chilometri non sono nulla in confronto a quello che ero abituato a fare e mi convinco che in sei ore posso arrivare a destinazione, ma mi basta poco per rendermi conto che in realtà il tutto non sarà così semplice. Pochi chilometri oltre il punto in cui avevo iniziato a camminare più di un’ora fa lo stretto canyon si apre di colpo e si intravede la strada che si arrampica sui brulli pendii della vallata. Supero quasi subito il villaggio di Hanupatta e li mi confermano che fino a Photoksar, trenta chilometri oltre, non incontrerò altri villaggi ne abitazioni. Inizio così una lentissima salita fino ai 4900m del Sisir La Pass.

Hanupatta

Sarà che non sono più abituato a portare lo zaino pesante sulle spalle, sarà l’altitudine, dato che sto camminando a quasi 4000m, sarà che negli ultimi due mesi non ho fatto praticamente nessuna attività fisica, o sarà che forse ho già in corpo qualche sintomo di una febbre che mi farà compagnia di li a poche ore, ma la salita è una vera tortura. Salgo a piccoli passi su una strada che sembra infinita la testa bassa, le mani dietro la schiena e gli occhi fissi a terra che vanno a cercare continuamente il polso sinistro sperando che i chilometri sul gps scorrano molto più velocemente di quanto facciano in realtà. Mi do dei piccoli obiettivi per avere la sensazione di alleviare la fatica. Inizialmente decido che mi fermerò ogni due chilometri, ma prima ancora di concludere la prima piccola in “tappa” scendo a uno e mezzo e  poi in un attimo a uno. Alla fine decido che mi fermerò ogni 500m di gps. Mancano 15 chilometri al passo, ormai ho solo 30 soste, e così via cercando di razionalizzare e rimpicciolire una distanza che al momento mi sembra infinita.  Di tanto in tanto mi guardo intorno e sono veramente in mezzo al nulla. Il paesaggio è uno spettacolo, ma non riesco a gustarmelo appieno. Ho come l’impressione che qualcosa non va, che sto facendo molta più fatica di quanta in realtà dovrei farne, una sensazione che chi pratica sport di resistenza conosce molto bene, un mix di rabbia e frustrazione dato dalla consapevolezza che anche se la testa oggi ha grandi progetti il fisico proprio non ne vuole sapere di assecondarla. Mi ci vogliono più di sette ore per percorrere i 25 chilometri di salita per raggiungere il passo e una volta in cima, quando in lontananza più in basso si intravedono i campi coltivati intorno a Photoksar, più che godermi il panorama mi sale la nausea a pensare a quanto ancora devo camminare.

Oggi, con il senno di poi, riguardando le foto che ho scattato quel giorno ho il leggero rimpianto di non essermi goduto fino in fondo quello che avevo intorno a me. Questo pezzo di Ladakh è probabilmente una delle zone più selvagge in cui mi sono trovato a camminare in questi mesi. Nonostante il paesaggio sia tagliato in due da una strada carrabile che da uno strano tocco “urbano” ad un paesaggio lunare, in otto ore di trekking non ho incrociato ne auto ne persone. Si cammina a quasi cinquemila metri circondati da montagne di ogni tipo e il paesaggio cambia continuamente man mano si prende quota. Pendii di roccia rossa, prati, cime innevate, pareti grigio scuro e grosse torri di pietra che che svettano sulla cima di colline sabbiose, piantate come fossero strani monoliti. In sei ore di cammino e in poco meno di venti chilometri di strada si ha la possibilità di vedere più tipi di montagne di quelle che uno si può sforzare ad immaginare, accompagnati dalla sensazione di essere veramente fuori dal mondo. Si è immersi in un paesaggio austero, reso ancora più severo dalle nuvole grigie che vanno e vengono in cielo dalla mattina minacciando una pioggia che non è ancora andata oltre qualche piccola goccia.

Dal passo a Photoksar ci sono ancora più di dieci chilometri di discesa. Ormai vado per inerzia e anche se più volte potrei tagliare qualche tornante sono così stanco che preferisco fare più strada a piccoli passi che scendere per ripidi pendii tra ghiaia e sassi. Poco prima dell’ingresso di Photoksar c’è una baracca di assi di legno non più grande di un metro per due con un un insegna in acciaio e la scritta Tea House in pennarello nero. Ci arrivo proprio quando sta per iniziare a piovere e mi fermo per un the. All’interno ci sono una donna e tre bimbi, uno che non avrà più di cinque anni, uno che a occhio e croce sembra averne tre i dieci e i dodici e che traduce dall’inglese alla madre la mia richiesta per un the e uno più piccolo, intorno ai tre anni. La donna scalda l’acqua in un piccolo pentolino in metallo su un fornelletto a gas e subito mi chiede se ho bisogno di una sistemazione per la notte perché in caso è possibile l’homestay a casa sua. Con homestay si intende una sorta di ospitalità a pagamanto: solitamente si ha a disposizione una stanza per dormire e si mangia quello che mangia la famiglia che ospita. Sono così stanco che dico di si senza nemmeno sapere come e dove sarò alloggiato, anche perché nel frattempo ha iniziato a piovere sempre più forte e non vedo l’ora di cambiarmi e stare al caldo.

La donna non finisce nemmeno di fare il the che subito mi invita a seguirla sotto il suo grosso ombrello, con i due bimbi dietro. Ha lasciato la minuscola theahouse aperta e mi fa strada fino a una casa in pietra  su due piani, con una grossa stanza che funge da sala e cucina al piano di sotto e due camere al piano di sopra, una delle quali è quella in cui posso sistemarmi. Sono cotto. Passo le ultime ore del pomeriggio leggendo e dormendo sui tappeti che coprono il pavimento in pietra della stanza. Ho la sensazione di avere qualche linea di febbre ma preferisco non provarla e prendo una pastiglia di paracetamolo “preventiva”, come ho il brutto vizio di fare spesso. Domani mi aspetta un altra lunghissima salita fino al Singge La Pass. Riguardo il programma del trekking e mi rendo conto che probabilmente impiegherò tutti e i sette giorni del programma standard. Va bene. Ho deciso che lascerò l’india tra due settimane e ho tutto il tempo di andare con calma, dato che non credo proprio di avere ne gambe ne voglia di bruciare qualche tappa per finirlo più velocemente.

Da Photoksar attraverso il Singue La Pass. Un trekking finito in anticipo
Due giorni nella Nubra Valley

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