La Nubra Valley è una lunghissima vallata che inizia a circa cento chilometri a nord di Leh, nell’India settentrionale, e continua per altri cento fino al confine tra India e Pakistan. Come per il lago di Pangbong, anche per raggiungere la Nubra Valley è richiesto un permesso particolare, sempre lo stesso, e così tornato dal lago decido di estendere quello che già avevo per altri quattro giorni, in modo tale da poter trascorrere qualche giorno nella Nubra, una delle zone più famose del Ladakh.

Raggiungere la Nubra Valley è piuttosto semplice. Ogni mattina dal campo da Polo di Leh, adibito ad enorme parcheggio, partono diverse Jeep  che trasportano locali e qualche turista fino a Diskit, il primo paese della valle. Il sabato però c’è anche un pullman che compie la stessa tratta ed anzi continua fino a Turtuk, l’ultimo paese della Nubra Valley a pochissimi chilometri con il confine pakistano. Jeep e bus hanno praticamente lo stesso prezzo, ma arrivare a Diskit in jeep costringe poi ad un cambio per arrivare a Turtuk, e così, dato che parto proprio di sabato, decido di prendere il bus e fare un viaggio unico fino all’estremo nord della Nubra Valley.

Per raggiungere la vallata si supera il Kardhung La Pass, considerato il passo carrabile più alto al mondo, a quota 5350m. La salita per il passo è lunghissima e inizia praticamente a Leh. Da li la strada sale per circa quaranta chilometri, dapprima su asfalto e poi su sterrato per gli ultimi sette o otto chilometri. Come già successo andando al Pangbong Lake, anche oggi in direzione Nubra Valley piove e così dovrò aspettare il ritorno per godere dell’incredibile paesaggio che si gode dalla cima. L’autista comunque decide di fermarsi per qualche minuto mi accontento di una super veloce foto ricordo alla piccola pietra colorata di giallo che indica la cima del passo.

Da Diskit, continuano lungo Nubra Valley, si ha l’impressione di trovarsi nel bel mezzo di un deserto. Si è circondati da montagne rocciose e da un’infinità di sfumature di grigi diversi. Un grosso fiume scorre verso nord in direzione del Pakistan e di tanto in tanto, in prossimità di alcune zone più verdi che somigliano a piccole oasi nel mezzo del nulla, si superano piccoli villaggi con qualche casa in pietra bianca circondata da piccoli campi coltivati. Finalmente, quasi otto ore dopo aver lasciato Leh,  si arriva a Turtuk, uno degli ultimi villaggi indiani prima del Pakistan, che si trova qualche decina di metri più in alto rispetto alla strada principale, sulla sponda sinistra della valle.

 

Sono nella regione del Baltistan, conosciuta anche come Piccolo Tibet, divisa un tempo in piccoli stati con lingua e cultura in comune e che nel novecento è stata inglobata da India, Pakistan e Cina. Questa parte della vallata fino a pochi decenni fa apparteneva al Pakistan, ma la guerra combattuta con l’india nel 1971, ha spostato i confini di qualche chilometro. Turtuk però di indiano ha ben poco. Il minareto di una grossa moschea che spunta tra gli alberi proprio nel centro del villaggio, una popolazione dai lineamenti e dall’abbigliamento completamente diversi da quelli tipici degli abitanti del subcontinente e l’antica lingua balti parlata ancor oggi danno l’impressione di essersi ormai lasciati l’India alle spalle e di trovarsi da in un posto completamente diverso, culturalmente distante anche dalla già poco “indiana” Leh.

Trovo una guesthouse che per pochi euro mi da una bella stanza privata, colazione e cena, con l’aggiunta speciale di una grossa pianta di albicocche che da sul piccolo terrazzo fuori dalla camera, che il proprietario mi invita ad utilizzare come self service. Lungo tutta la Nubra Valley, ovunque ci sia del verde ci sono anche piante di albicocche, i cui frutti maturano proprio in questo periodo. Passeggiando per i piccoli villaggi è impossibile non fermarsi ogni pochi passi per cogliere qualche albicocca, più piccola di quelle a cui siamo abituati ma dolcissima.

Dopo aver passato la mattinata del primo giorno ad esplorare i dintorni del villaggio, nel pomeriggio ho avuto il piacere di partecipare al banchetto di un matrimonio locale. In un centro abitato con poco più di 3000 abitanti il matrimonio diventa una vera e propria festa di paese, con la casa dello sposo che è anche sede del banchetto e della cerimonia letteralmente invasa dalle persone invitate e da quelle di passaggio che si fermano per fare le congratulazioni alla coppia. In realtà la coppia, nonostante la cerimonia fosse ormai conclusa, non mi è stato possibile vederla, perché come da tradizione balti, lo sposo e la sposa subito dopo il matrimonio devono stare nella stessa abitazione ma senza vedersi ne entrare in contatto per ben tre giorni. Uomini e donne, dopo un pranzo tutti insieme, continuano i “festeggiamenti” separatamente, e io mi unisco ai primi che stanno nella stanza al secondo piano insieme allo sposo bevendo the salato con biscotti e frutta secca. Non ho modo di vedere la sposa, ma ho l’occasione di scambiare qualche parola con lo sposo ventiquattrenne. Ho l’impressione che il matrimonio sia combinato, ma naturalmente non posso approfondire. Mi fa capire che come da usanza la sposa si trasferirà a casa della sua famiglia, ma nonostante l’abito bianco elegante  e le decine di invitati che vanno a congratularsi con lui il ragazzo mi fa quasi tenerezza, e anche se giudicare dalle apparenze non è mai saggio, non mi sembra proprio sprizzare di gioia. Spero comunque di sbagliarmi. Spero che i due fossero follemente innamorati e che in questo momento stiano vivendo il loro sogno. Il matrimonio in una cultura differente dalla nostra comunque è un’occasione perfetta per rendersi conto di quanto siamo vincolati alle nostre tradizioni e di quanto le utilizziamo, anche inconsciamente, come metro di giudizio per interpretare la realtà che abbiamo di fronte.

Il secondo giorno decido invece di proseguire a piedi verso nord fino al piccolissimo villaggio di Tyakshi, in cima alla Nubra Valley a cinque o sei chilometri da Turtuk. Tyakshi è il penultimo villaggio prima del confine pakistano, ma l’ultimo a cui hanno libero accesso i turisti, anche se per arrivarci bisogna superare alcuni check point dell’esercito a cui vanno esibiti i documenti. Qualche chilometro oltre, lungo una strada che però è chiusa e controllata dall’esercito indiano, c’è il Pakistan. Dopo la guerra del 1971 la zona è stata anche teatro di battaglia tra i due stati nel 1999, e nonostante ora la situazione sia abbastanza tranquilla e nel 2010 sia stata riaperta al turismo, la presenza militare indiana è ancora consistente e salendo per la Nubra Valley si contano diverse basi. Se a Turtuk si ha l’impressione di essere lontani dall’India, a Tyakshi si ha invece l’impressione di essere completamente fuori dal mondo, isolati da tutto. Una strettissima via principale ciottolata attraversa una ventina di case circondate da campi di grano maturo e immersi nel mezzo di montagne rocciose che superano i quattromila metri. Ci sono un silenzio e una quiete surreale, ma nonostante questo la presenza di uno straniero non passa inosservata e così tutte le persone che incontro mi fermano stringendomi la mano e salutandomi. Incontro un ragazzo che parla inglese che insiste ad invitarmi a casa sua per un the e la stessa cosa succede altre due volte in poco più di un’ora. Alla fine lascio Tyakshi dopo tre the offerti da tre famiglie diverse, un bel po’ di biscotti, albicocche e altri due inviti a pranzo declinati offerti da altre tre famiglie. Sono tutti davvero gentili e resto sorpreso di questa accoglienza. Scoprire di potersi sentire a casa a stretto contatto con culture lontane anni luce dalla nostra è stupendo e fa riflettere. C’è qualcosa che ci unisce, a prescindere da chi siamo e da dove veniamo, e che va oltre usi, costumi e religione, una sorta di linguaggio universale in grado di superare qualsiasi barriera linguistica e culturale. Me ne sono accorto fin dall’inizio di questo lungo viaggio e poco alla volta, esperienza dopo esperienza, mi convinco sempre di più che questa cosa non sia altro che il sorriso, l’unico mezzo in grado di unire e connettere persone da ogni parte del mondo. Non importa la lingua parlata dal tuo interlocutore, se risponde ad un tuo sorriso o tu rispondi al suo si crea un legame fortissimo, un ponte che permette di entrare in contatto superando ogni distanza linguistica .

 

Due giorni a Turtuk sono sufficienti per scoprire la Nubra Valley e così dopo la terza notte nella guesthouse e il decimo chilo di albicocche me ne torno a Leh. Avrei voluto fermarmi a Diskit per una notte per visitare il famoso monastero e vedere da vicino la gigantesca statua di Buddha che si vede su una collina poco sopra il villaggio percorrendo la vallata ma il caldo torrido e i pendii aridi delle montagne circostanti mi hanno un po’ fatto passare la voglia e così ho deciso di tornare diretto nella capitale del Ladakh..

Tutto sommato resto sorpreso dalla Nubra Valley e anche se i paesaggi sono sicuramente meno sconvolgenti di quelli del lago di Pangbong, resta un interessante meta da visitare per almeno un paio di giorni per chiunque si trovi in Ladakh, sopratutto  per l’aspetto storico e culturale della zona, e per provare la strana sensazione di lasciare l’India pur rimanendone nei confini.

Trekking in Ladakh. Da Lamayuru a Photoksar
Un giorno a Leh

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