Solitamente la mattina mi sveglio molto presto. Da quando ho lasciato l’Italia non riesco proprio mai a dormire oltre le sei e mezza del mattino, a prescindere che vada a letto alle otto di sera o alle tre di notte. E mi sveglio affamato, affamatissimo, che in un quarto d’ora al massimo devo aver qualcosa sotto i denti. In India però, così come in Nepal, è difficilissimo trovare posti per fare colazione aperti così presto e le uniche alternative sono le piccole Tea House locali. Locali piccolissimi, in cui è meglio non fare caso cui alle condizioni igieniche, con panche  e tavolini legno ricoperti di vernice scrostata, un pezzo di cellophane a fare da tovaglia e un fornello che solitamente funziona con una grossa bombola a gas che ricorda vagamente quel che rimane di una bomba della seconda guerra mondiale inesplosa. All’interno di questi piccoli locali alla mattina presto si trovano sopratutto signori anziani, pochi giovani. Solitamente un bicchiere di the con latte non manca mai, e la colazione è quasi sempre salata, con riso, paratha (una sorta di “sandwich” con pane e patate schiacciato al punto di sembrare una piadina e cotto su una piastra), fagioli e curd (yogurt). In Ladakh ho trovato due minuscole tea house nel quartiere vecchio di Leh, l’Old Market, una appiccicata all’altra e praticamente uguali, tanto che un paio di volte sono entrato in una pensando di essere nell’altra. Per 35 rupie, cicrca 50 centesimi di euro, offrono la colazione tipica del Kashmir: un pane rotondo dallo spessore di qualche centimetro imburrato al momento che va inzuppato nel chai, il tipico the col latte indiano aromatizzato con spezie. Entrambe i piccoli “bar” comprano il pane in una delle numerose panetterie che si trovano nelle stradine della parte vecchia di Leh. I fornai lo cuocciono all’interno di particolari forni cilindrici verticali fatti di pietra, prendendo l’impasto e schiacciandolo sulle pareti del forno fino a che il fuoco alla base del grosso “tubo”  non completa la cottura.

Dopo una settimana ormai i due proprietari mi conoscono e anche se non parlano ma riusciamo a scambiarci sempre qualche battuta. Lavano i bicchieri con l’acqua di una grossa cisterna che hanno dietro il piccolo bancone. Non so che acqua sia, ma prima ancora di poter pensare alla qualità e alla pulizia della stessa mi basta vedere come puliscono i bicchieri. Niente sapone, solo una passata veloce sotto l’acqua pulendo il bordo con i polpastrelli delle dita e poi via sul ripiano in legno davanti alla finestra ad asciugare. Meglio non pensarci. Intorno alle otto, dopo un pane e mezzo e due chai, esco dal piccolo locale e cammino per una decina di metri fino a raggiungere il main bazar, la strada principale di Leh, una via a L chiusa al traffico pavimentata con ciottolato e decorata al centro con aiule e panchine.

La maggior parte dei negozi di Leh apre alle dieci e a quest’ora ci sono solo alcuni commercianti che cominciano piano piano ad esporre la loro merce fuori dalle vetrine e numerose donne sedute sui grossi marciapiedi con grossi teloni in plastica ricoperti di verdura. Sono contadine e la maggior parte di loro ha sicuramente meno anni di quanti ne lasciano trasparire i visi tagliati dalle rughe e della fatica. Saranno più di trenta sedute nella parte iniziale della lunga via e tutte vendono gli stessi identici tipi di verdura: cavolfiori, carote, insalata, patate e rafani giganti, mentre alcune propongono nell’offerta anche le albicocche locali. Stanno sedute una vicino all’altra. Non c’è concorrenza tra loro, o per lo meno sembra non esserci. Se una non ha banconote per dare il resto le chiede alla vicina, che magari poi chiederà a lei un sacchetto o un aiuto a pesare i grossi rafani su bilance con piatti e catenelle che sembrano essere arrivate li direttamente da una di quelle miniature medievali che rappresentano la corporazione dei mercanti. Finito l’affare tornano a parlare tra di loro, sorridono se gli si sorride e non amano essere fotografate. Anche perché alcuni turisti si piazzano loro davanti con macchine fotografiche più simili a bazooka e le riprendono da tutte le angolature possibili e immaginabili. E’ palesemente troppo.

La mattinata vola. Ci vuole più di un’ora a piedi per raggiungere lo Shanti Stupa, un gigantesco stupa su una collina nella parte nord ovest di Leh, costruito agli inizi degli anni ’90 e parte del progetto delle Peace Pagoda, gigantesche pagode bianche sparse nel mondo costruite con il fine di promuovere la pace. Ne ho viste altre due in Nepal, a Pokhara e a Lumbini, ma in tutto ve ne sono una quarantina sparse sui cinque continenti, di cui una anche in Italia, a Comiso, in Sicilia. Per raggiungere lo Shanti Stupa si percorre la Changspa Road, una via sterrata nella parte più ad ovest di Leh, zeppa di locali, guesthouse, agenzie viaggio e negozi di turismo. Qua nove turisti su dieci che si incontrano provengono da Israele e hanno meno di 23 anni. Il Ladakh è uno dei posti più frequentati in India dai giovani turisti israeliani. La maggiorate di loro parte per un viaggio on the road dopo i tre anni obbligatori di servizio militare,  che inizia alla fine del liceo ed è per tutti una lunga parentesi prima dell’inizio dell’università. Chiacchierando con alcuni di loro ho saputo che le mete classiche di questi viaggi sono l’India e il Sud Est asiatico per chi ha intenzione di compiere un viaggio con una sfumatura un po’ più spirituale e il Sud America per chi è alla ricerca del puro divertimento. Esiste sia in India che in Sud America un itinerario comunemente conosciuto come hummus trail, che come indica il nome è il percorso “tipico” dei backpackers israeliani. In india parte dalle spiagge di Goa sulla costa sud ovest e continua verso nord fino nell’Himachal Pradesh e in Ladakh. La cosa strana è che effettivamente non si incontra quasi mai un turista israeliano solo; o se ne incontrano a decine, come a Manali, Leh o nella Nubra Valley o non se ne incontrano prorpio. Difficilmente deviano dalle tappe “fisse” dell’Hummus trail.

Tempo di raggiungere lo Shanti Stupa e tornare ed è già quasi mezzogiorno. Ad un paio di minuti dal Main Bazar, vicino al centro di Leh e proprio sulla strada verso lo Shanti Stupa c’è un piccolo ristorante tibetano nascosto all’interno di un cortile. Chiamarlo ristorante forse è eccessivo. In realtà si tratta di due locali collegati da una porta raggiungibili dopo una breve rampa di scale all’interno di un cortile. Niente nome e niente insegne. E’ impossibile arrivarci da soli se non si sa dove è. Ho avuto la fortuna di scoprirlo grazie ad un signore francese che me l’ha indicato, senza però sapere come lui l’avesse a sua volta scoperto. E’ frequentato praticamente solo da gente del posto, in particolare ladakhi di origine tibetana, molti dei quali lavorano a Leh e ci vengono per la pausa pranzo.. Nella prima sala in cima alle scale ci sono quattro o cinque tavoli in plastica con le sedie e su ogni tavolo sono appoggiate una brocca d’acqua  e due saliere. Il pavimento e i muri sono in cemento grigio, mai stati pitturati ne ricoperti e la luce che illumina l’ambiente entra da due grosse finestre dai contorni in legno chiaro. Nessun vetro o tenda tra l’osservatore e il caos delle strade poco sotto. Appena entrati sulla sinistra una porta conduce in un piccolo locale a fianco della sala da pranzo. E’ la cucina, anch’essa di cemento grezzo e pochi colori. Il ristorante praticamente è un self service. Sul lato sinistro della piccola cucina c’è un tavolino con piatti e bicchieri e subito dopo un tavolo più grande con appoggiate una decina di grosse pentole in metallo. Ci si può servire da soli e riempire il piatto senza vergogna. A dirigere il tutto la proprietaria-cuoca, una robusta signora tibetana sulla cinquantina seduta su una piccola sedia davanti ai fornelli nell’angolo opposto al grosso tavolo. La cucina ristorante apre alle 12.15 e resta aperta fino a che il cibo non finisce. Quello che c’è nelle pentole è quello che si può mangiare, ne più ne meno. L’unica pietanza che viene preparata in continuazione dalla donna è il tingo, una sorta di pane al vapore ideale da abbinare alle salse e alle verdure. Già, perché praticamente tutti i piatti disponibili sono vegetariani. E ottimi. Si parte da una sorta di purè di patate piccante con pomodori, poi cavolfiori con patate, zucchine, lenticchie, ceci e spinaci tutti cotti con abbondanti salse e burro e piccanti al punto giusto. Per chiudere il tutto riso in bianco, cotto, anzi stracotto, in pentola a pressione. E’ lo stesso tipo riso che mangiavo durante i trekking in Nepal: bollito a tal punto di diventare un unico blocco gigante al’interno della pentola, ma perfetto per assorbire i sughi dei condimenti. Tra il riso, le verdure, e il tingo, che da la sensazione di gonfiarsi in pancia e ogni volta dopo il terzo pezzo, diventa problematico alzarsi dalla sedia. Finito di mangiare si può fare il bis o si può scegliere di andare alla cassa (che è ancora la signora in cucina). Ho pranzato qui sei o sette volte ma non sono mai riuscito a capire il criterio con cui la donna conteggia. Ogni volta mi chiede quante verdure ho preso e quante volte ho preso il riso, dopodiché spara una cifra che va dalle 70 alle 100 rupie (1€ – 1,4€) senza che il prezzo abbia il minimo legame con la quantità di cibo mangiato. Per una cifra del genere comunque non c’è proprio nulla di cui lamentarsi, e così, dopo essere stata pagata, la donna tira fuori dalla tasca del grembiule posta precisa sul gigantesco seno una disordinata mazzetta di soldi e in qualche modo recupera il resto da darmi. Ringrazio e saluto, ci vediamo sicuramente domani, perché qua si mangia davvero da Dio!

Nel primo pomeriggio a Leh in questo periodo fa veramente caldo. Torno alla Guest House con i tingo che nel frattempo ho la sensazione si siano gonfiati nello stomaco fino a raggiungere la dimensione di un’anguria. Con questo caldo c’è poco da fare. Le prime ore del pomeriggio sono perfette per sedersi all’ombra e leggere, scrivere qualcosa o ascoltare un podi musica. Anche la città sembra fermarsi e le strade si svuotano piano piano. Nella guesthouse incontro un signore che a occhio e croce avrà poco più di una sessantina d’anni. Lo vedo da qualche giorno seduto nel cortile fuori dalla sua camera singola  con un giornale locale in mano e una lattina di birra da mezzo litro appoggiata sulla finestra. Ci salutiamo ogni volta e ogni volta  scambiamo qualche parola. Oggi però non so bene per quale motivo iniziamo a chiacchierare. Tra una battuta su Leh e qualche informazione sul Ladakh gli faccio le classiche domande che ci si fa quando ci si incontra in viaggio. Domande semplici, banali, ma che la maggior parte delle volte aprono il coperchio di vasi di Pandora da cui escono storie incredibili . Di dove sei, da dove vieni e dove sei diretto. Scopro che è francese, ma che in Francia non ci torna da un pezzo. Viaggia per l’Asia spostandosi tra India, Sud Est, Indonesia e Filippine in base al meteo e a quello che gli viene voglia di fare. E così fa da anni. Ha iniziato imbarcandosi su un cargo in Guiana Francese, dove aveva svolto il servizio militare, e invece di tornare a casa diretto ha deciso di fare il giro dell’Africa lavorando sulla nave per quasi due anni. E’ stato poi in USA, Canada, Asia e per più di un anno e mezzo ha viaggiato nelle minuscole isole del pacifico. Era la fine degli anni settanta e aveva meno di trent’anni. Mi ha raccontato che quella è stata una delle esperienze più incredibili della sua vita. Si spostava tra un isola e l’altra con le barche dei pescatori locali, dormendo in tenda dove capitava e mangiando il pesce pescato con la sua canna da pesca. Quasi nessun turista frequentava allora le sperdute isole del Pacifico con i loro paesaggi incontaminati e villaggi ancora ad una condizione quasi primitiva. Dice che il posto che più l’ha impressionato in tutti questi anni di viaggi sono le Isole Marchesi, le isole care al pittore Gaugain, nel mezzo del Pacifico a ben 1400 chilometri da Tahiti e a più di 5000 dalle coste della Nuova Zelanda. Mi ha raccontato della montagna che ci si ritrova davanti quando dopo qualche giorno di navigazione si raggiunge l’isola e delle rocce scure vicino alla costa che contrastano con il colore azzurro intenso del mare. Resto a bocca aperta. Mi dice che allora però era tutto molto più semplice e si poteva facilmente trovare lavoro per guadagnare qualche soldo ovunque senza troppi problemi. Chiacchieriamo per più di un’ora. Gli chiedo quando se ne andrà da li e mi risponde che quando una mattina si alzerà e vorrà andarsene lo farà, di sicuro prima dell’inverno.

Alla fine mi faccio consigliare qualche posto da vedere in Ladakh e mi suggerisce poi di valutare l’opzione di tornare a Delhi in aereo da Srinagar, dato che i voli sono super economici.

Per un attimo ho pensato che l’uomo fosse un miliardario a spasso per il mondo, ma quando mi ha raccontato che si è sempre mantenuto trovando qualche lavoretto ovunque andasse ho cambiato idea. Non so se è mai stato sposato o se ha mai avuto una famiglia e nemmeno so se ha mai vissuto in Francia stabilmente o no. Per un attimo ho pensato di invidiarlo, ma poi mi sono reso conto che invidia non è la parola giusta. Non so se riuscirei a vivere senza una casa, qua e la in giro per il mondo. Forse si lo invidio, ma non perché viaggia dove più gli piace e senza una meta, ma più che altro perché ha scelto di vivere la vita che voleva vivere, e questa è la cosa più importante. Tante volte ci nascondiamo dietro a “lo farei ma…” e poi si elencano una serie di scuse che spesso sono i soldi, gli affetti, la stabilità…Ma la verità, e questa è una delle cose che scopro giorno dopo giorno, è che ad oggi sono ben poche le cose che potenzialmente non possiamo realmente fare per motivi economici. Il discorso è invece capire a quali cose siamo disposti a rinunciare per riuscire a realizzarne altre, e spesso il vero ostacolo è questo. L’uomo che ho davanti a me non ha famiglia, non ha una casa. Vive viaggiando o per meglio dire viaggia vivendo. Potrei avere milioni sul conto in banca ma non so se vorrei vivere per sempre una vita così, ma so per certo che chiunque lo volesse veramente potrebbe trovare il modo di viverla, io compreso, anche senza i milioni o cose simili. Scegliere è uno strano miscuglio tra agire e rinunciare e forse la vera differenza la fa proprio la rinuncia.

Poco prima che il sole scenda a est dietro le cime innevate che compaiono in lontananza lascio la guesthouse e salgo sulla collina proprio dietro la parte vecchia di Leh. Seguendo le strette viuzze che a modi labirinto costeggiano le vecchie case, alcune delle quali in completa rovina, si guadagna quota lentamente. Non esiste un unico percorso, basta proseguire in salita e dopo qualche minuto di cammino si arriva proprio sotto il Leh Palace, il vecchio palazzo reale abbandonato nel 1800. E’possibile entrare e visitare le stanze del palazzo, ma questa volta continuo ancora più su. Inizia un sentiero sterrato piuttosto ripido che dopo un quarto d’ora di cammino porta fino alla cima di una collinetta che domina la città di Leh. Sulla sommità un grosso palo a cui sono attaccate centinaia e centinaia di bandiere di preghiera. Cammino a fatica e sono costretto a calpestarne alcune, dato che non c’è altro modo di arrivare fin la su. Alla fin, appena al di la dal palo, mi ritrovo a sovrastare completamente la città di Leh che si sviluppa proprio al di sotto della collinetta, mentre in lontananza, in ordine, deserto, montagne rocciose e montagne innevate. Il sole sta calando dietro le cime alla mia destra. Mi siedo. E’ il momento della giornata che preferisco. Oggi non ci sono turisti quassù, ho tutto lo spazio per me, così mi mi metto comodo su un sasso, accendo la musica con gli auricolari nelle orecchie e sto li, fermo, con lo sguardo che rimbalza in continuazione tra la città, le cime innevate di fronte a me e quelle alla mia sinistra dietro a cui poco ala volta il sole scompare. Potrei stare qua tre o quattro ore senza accorgermene, sono ad un passo dalla città ma sembra di essere lontano da tutto.

Scendo e arrivo in città che ormai è buio, sono le otto passate. Se a pranzo ho appuntamento fisso dalla signora tibetana per cena scelgo sempre un piccolo ristorante all’interno dell’Old Market, a due passi dai due locali in cui faccio colazione. I proprietari sono due ragazzi del Kashmir che propongono un menu che in realtà non è un vero menù, dato che hanno un solo piatto, sempre lo stesso, ogni sera. E’ il solito thali, nome che letteralmente indica un grosso piatto in metallo su cui vengono serviti riso e altri cibi come verdure di vario genere o carne e che vanno poi mischiati ad esso. Esistono thali di ogni tipo, composti da zuppe e mix di verdure più diversi, ma quello che servono qui invece è molto semplice. Per settanta rupie (un euro) il cameriere mi porta un grosso piatto con riso, zuppa di fagioli, un mix piccante di patate e cavolfiori, una salsa con pomodoro fresco, anche quella piccante, e due chapati, pani simili a piadine cotti nel forno a legna. Un vero affare. Il cibo è buono e il menù è praticamente all you can eat. Prima ancora che il piatto sia vuoto il cameriere torna con altro riso, altre verdure e altro pane, e così via fino a che gli si chiede espressamente di fermarsi. La cosa che mi fa sorridere è che nella prima porzione il riso è pochissimo mentre poco dopo il ragazzo arriva per il bis con in mano una pentola enorme zeppa di riso e un piatto fondo che usa come cucchiaio; la scena del servizio ricorda vagamente quella di un muratore intento a spargere la malta sui mattoni. Il prezzo comunque è sempre quello, settanta rupie, e in quindici giorni non sono riuscito a trovare posto più conveniente, e in più i ragazzi sono simpatici. Quello che sembra il capo avrà tra i venticinque e i trent’anni, una pettinatura tutta tirata verso sinistra col gel e lavora sempre con auricolare nell’orecchio, che non ho capito se è per ascoltare la musica o ricevere qualche chiamata, ma che gli da lo strano aspetto di un buttafuori all’ingresso di una discoteca intento però a impastare chapati.

Sono passate le nove. Faccio un ultimo giro nel main bazar che ormai va spegnendosi, così come tutta la città di Leh. I negozianti che la mattina sono i primi ad esporre la merce alla sera sono anche gli ultimi a ritirarla. MI guardo intorno e noto che in meno di cento metri di strada ci saranno venti negozi che vedono le stesse identiche cose (pashmine, sciarpe e souvenir) e che per giunta da fuori sembrano tutti uguali. Durante il giorno i proprietari stanno seduti all’esterno, parlano tra di loro e quando vedono il turista provano a convincerlo senza troppa pressione a fare un giro nel loro negozio. Anche qua la concorrenza sembra non esistere, o per lo meno non si percepisce. Sorrisi, battute e tutti amici. Strano ma affascinante. Sulla via del ritorno verso la Guest house cammino davanti all’ennesimo negozio dello stesso genere. Passando di qui più volte al giorno ho conosciuto il proprietario, Charles, che immagino sia una sorta di nome d’arte perché Charles non è esattamente il nome tipico del Kashmir, da dove proviene. A forza di salutarci, giorno dopo giorno, siamo diventati “amici”. Quando passo ed è fuori dal negozio mi invita a sedermi con lui e fare due chiacchiere. Questa sera però è in vena e mi invita ad entrare e comincia a tirare fuori sciarpe in Kashmir e pashmine di ogni tipo, facendomi una lezione accelerata di lana, sciarpe e tessitura. Scopro che la pashmina non è in realtà una sciarpa, ma un tipo di lana, la più pregiata in assoluto. Dopo la pashmina c’è il Kashmir, ma la prima ha un filamento molto più sottile e quindi è molto più morbida al tatto. Per completare uno scialle in pashmina ci può volere fino ad un anno di tempo, e va fatto completamente a mano, dato che non esistono reali in grado di lavorare fili così sottili. Charles, che da un po’ di giorni ho iniziato a chiamare Carlo, ha riempito il bancone del negozio con sciarpe e scialli di ogni tipo e continua a farmeli toccare per farmi notare le differenze. Me ne mette tra le mani uno, bruttino esteticamente, ma oggettivamente morbidissimo.

“Quello è il massimo, sai quanto costa?”.

“No…”

“2500 dollari!”

L’impressione è quella di aver preso la scossa. Glielo ridò in mano in meno di mezzo secondo.

“Carlo, io con 2500 dollari ci vivo fino a gennaio dell’anno prossimo, se ti rovino lo scialle mi tocca ripagartelo e poi tornare a casa. Tienilo in mano tu che è meglio”

Alla fine ci salutiamo che sono passate le dieci. Mi avvio verso  la Guesthouse passeggiando per la Old Leh nel silenzio più assoluto. Vicino al cancello d’ingresso c’è una ruota della preghiera buddista. Dicono che farle girare porti bene, così ogni volta che passo davanti ad una le do una spinta e mi fermo qualche secondo per . Lo faccio anche questa sera e poi mi avvio verso la camera. Leh è avvolta nella notte, non mi resta che andare a dormire.

Due giorni nella Nubra Valley
Il Lago di Pangong

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