Il Lago di Pangong si trova in Ladakh a un centinaio di chilometri ad Est della città di Leh, a una quota di 4350m. E’ un lago enorme, lungo più di 130km e con una superficie di più di 600 chilometri quadrati. La forma del lago ricorda vagamente una L sdraiata. Dalla sponda nord, il Pangong Lake, mai più largo di 4chilometri, scende per una quarantina di chilometri verso sud per poi curvare a novanta gradi verso est e continuare in quella direzione per più di 100km. Una parte di lago, quella che scende da nord a sud, si trova in territorio indiano, mentre l’altra, quella che punta verso est, è in territorio cinese, con il confine tra i due stati che cade proprio in prossimità della curva ad angolo retto del lago.

Sono arrivato a Leh senza un vero e proprio programma e prima di arrivare in Ladakh non avevo mai sentito parlare del lago di Pangong. Passeggiando per le strade di Leh però è impossibile non far cadere l’occhio sulle numerose agenzie che offrono “pacchetti turistici” di ogni tipo e quella del Pangong Lake è una delle mete più comuni. Una sera, passeggiando dopo cena, entro per informarmi in un’agenzia e così scopro che prima di tutto per arrivare al lago serve un permesso e che un pacchetto tutto organizzato per arrivarci e starci tre giorni mi costerebbe almeno 70 euro. Troppi. Così la mattina dopo vado ad informarmi alla stazione e scopro che esiste un pullman che a giorni alterni parte da Leh e raggiunge il villaggio di Spangmik, sulle rive del lago, con un viaggio di circa otto ore ed un costo di 270 rupie. Un giorno il bus va a Pangong e il giorno dopo torna in città Andata. E’ martedì ed il prossimo pullman è giovedì, mentre per il ritorno la domenica è perfetta.

Torno in agenzia per informarmi sul permesso e poi mi informo anche su internet. Dopo l’esperienza nella Spiti Valley, quando ho dovuto tornare indietro dopo più di tre ore di strada perché ero senza un permesso, voglio essere super informato per evitare sorprese. Il Ladakh richiede un permesso per visitare alcune zone vicino ai confini pakistano e cinese, l’inner Line Permit. Il permesso è uno solo per tutte le zone, ha durata massima di sette giorni e una volta scaduto può essere rinnovato.

Il permesso in se ha un costo di 400 rupie, a cui vanno aggiunte 20 rupie per ogni giorno di permanenza. Purtroppo però non si può ottenere in autonomia e così bisogna affidarsi ad agenzie turistiche che per forza di cose mettono piccole spese di commissione. Alla fine, dopo avere chiesto e contrattato praticamente ovunque, riesco ad ottenere il permesso per quattro giorni per 600 rupie, circa 9 euro, cifra più che ragionevole e così sono pronto per partire per il lago di Pangong. In realtà il permesso non viene rilasciato a singoli ma a gruppi di minimo due persone. Sul pullman che mi ha portato a Leh ho re-incontrato Teo, un signore italiano in viaggio in India da otto mesi che avevo già incontrato per caso in ostello ad Agra il mese scorso. Abbiamo visitato la città insieme e abbiamo poi raggiunto Delhi con lo stesso treno, salutandoci e scambiandoci un buon viaggio reciproco. Il caso ha poi voluto che ci ritrovassimo salendo sul pullman nel mezzo del deserto in direzione Ladakh, quando sono stato costretto ad abbandonare il camion il camion su cui ho fatto autostop.  Arriviamo così a Leh insieme, dormiamo nella stessa guesthouse e decidiamo poi di fare il permesso per il lago di Pangong.

Il pullman parte presto, prima delle sei del mattino. Come capita tutte le volte dopo solo 40 minuti di strada c’è il primo stop per la colazione. Mezz’ora di sosta in mezzo al deserto a meno di 30km dalla partenza, tra piccoli ristoranti e qualche minuscolo supermercato. Ripartiamo.

Il viaggio continua per qualche ora sulle infinite rampe che portano ai 4350m del Chongla Pass, il secondo passo più alto al mondo attraversatile dai veicoli (il primo è un centinaio di chilometri più a Nord). Purtroppo inizia presto a piovere e la fitta nebbia nasconde il paesaggio intorno che scoprirò così solo al ritorno, tra immense montagne rocciose e cime innevate. La strada che porta al passo è in condizioni pessime, ci sono buche giganti e sassi sparsi lungo la carreggiata. Il pullman Tata, che sembra molto più vecchio di quanto in realtà deve essere, procede a passo d’uomo senza perdere un colpo, affrontando senza problemi anche la pericolosissima discesa.

Alla fine, quando siamo tornati sull’asfalto e il peggio sembra passato si sente un suono inconfondibile e il pullman accosta immediatamente. Foriamo uno dei tratti di strada migliori, ma in tempo record l’autista, da solo, cambia la gomma e in un’ora circa siamo pronti a ripartire. Per l’imprevisto e il maltempo che ci ha rallentato alla fine arriviamo al villaggio di Spangmik dopo quasi 12 ore di viaggio. Spangmik, che sorge proprio sulle rive del lago, non è un villaggio vero e proprio: ci sono pochissime case e centinaia di tende di ogni dimensione che ospitano i turisti e che quando inizia il rigido inverno vengono smontate. Insieme a Teo troviamo per 200 rupie a notte due camere in una delle poche case in mattone. Un posto pessimo ma tutto sommato pulito e con una vista incredibile sul lago. Per dormire in una tenda “deluxe” ci hanno chiesto anche 2500 rupie! Se mai capitaste qua non fatevi fregare!

I due giorni al lago volano. Il lago di Pangong è uno spettacolo incredibile. Acque con decine di sfumature di azzurro circondate da un deserto con montagne che salgono oltre i 5000 metri. E’uno dei posti più belli che abbia mai visto. In realtà a Pangong non ci sono molte attrattiive oltre al lago stesso. In questa zona non ci sono trekking da percorrere, se non le camminate lungo le rive del lago, e anche salire sulle montagne circostanti è un impresa divertente perché non esistono sentieri e si è obbligati a prendere quota zigzagando per i ripidissimi pendii sabbiosi. Il primo giorno salgo fino ad oltre 5000 metri sulla cima innevata di una montagna che spunta proprio dietro a Spangmik. La salita dura molto più del previsto perché l’altitudine si fa sentire molto più di quanto immaginassi. Mi basta accelerare l’andatura di pochissimo che i ritrovo completamente senza fiato.  Da su la vista è ancora più incredibile, da rimanere a bocca aperta. Sulla sinistra vede la sponda nord del lago di Pangong, di fronte le montagne tibetane oltre il confine e a destra ancora il lago che si perde nell’orizzonte tra le montagne.

Guardando a Nord

Guardando a Sud

Il secondo giorno invece cammino sulle sponde del lago verso sud, fino a che dopo un mi sdraio su un pezzo di riva erbosa con la musica nelle orecchie. Resto quasi tre ore a guardare il cielo e a leggere un libro. E’uno spettacolo. Sto viaggiando da cinque mesi ma questa è una delle poche volte in cui ho avuto davvero la sensazione di essere in vacanza. Ho scoperto in questo periodo che viaggiare e stare in vacanza sono due cose completamente diverse, per certi versi diametralmente opposte. Con uno zaino in spalla e un budget ridotto si vive in una sorta di gioco che ha come obiettivo giorno dopo giorno l’andare avanti, casella dopo casella, cercando di realizzare un percorso più o meno definito che ci si mette intesta e trovare ogni mezzo che permetta di farlo. E in tutto questo si incontrano persone, si scoprono posti nuovi e si vivono ogni giorno esperienza indimenticabili. Ma non si è quasi mai fermi, e anche quando lo si è fisicamente difficilmente lo si mentalmente. In questo stupendo gioco si ha sempre qulacosa da organizzare o da programmare e i momenti di stop mentale sono veramente pochi, ma tutti di gran qualità, perché quasi tutti accadono in posti stupendi.  Per un attimo ci si lascia andare, ci si chiede come diavoli si è arrivati li, si ripercorrono tutte le tappe, si pensa a casa e poi puff, sparisce tutto, e rimani solo diventando quasi un tutt’uno con quello che ti circonda, come quel pomeriggio sulle rive del lago. Alla fine, sotto il sole di mezzogiorno, decido di fare anche un bagno veloce. Uno spettacolo! L’acqua è freddissima ma non gelata come ci si aspetterebbe quando si è a 4350m, e nonostante la botta di freddo quando ci si immerge alla fine rinfresca ed è anche piacevole. Scoprirò solo poi che nuotare nel lago sarebbe vietato, ma anche che a quanto pare sono molti i turisti che trasgrediscono.

I due giorni al lago volano, ma effettivamente sono stati più che sufficienti per goderselo. Nonostante l’evento numero di turisti, sopratutto indiani, non si ha mai la sensazione di essere in un posto affollato e di giorno basta camminare per pochi minuti lungo la riva per sentirsi completamente immersi nel nulla.

Riparto la domenica mattina per tornare a Leh e questa volta, senza imprevisti e con un meteo perfetto in meno di otto ore siamo in città. Viaggiare su queste strade è un’esperienza incredibile. Si passa il tempo appiccicati al finestrino con paesaggi incredibili davanti agli occhi, chiedendosi come abbiano potuto costruire strade in posti del genere. Valli e passi fuori dal mondo collegati alle città con percorsi inimmaginabili. Assurdo!

Rientrati a Leh torniamo alla Babu Guesthouse che con solo 300 rupie ci da una stanza con letto singolo. Il posto è pulito, il wifi funziona e Babu, il proprietario, è gentilissimo. A Leh sto bene. Ho una routine fatta di ristoranti locali supereconomici, passeggiate al monastero sopra la città e qualche the col latte qua e la nel corso della giornata. E poi ho un tempo per scrivere, leggere e pianificare i prossimi giorni. Un pezzo di Ladakh l’ho visto, e non vedo l’ora di vederne altri!

Un giorno a Leh
Mini guida pratica al Ladakh

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