Autostop. In questi mesi ho conosciuto alcuni ragazzi che hanno girato gran parte di India, Nepal, Cambogia e altri stati asiatici mettendo il pollice al vento lungo la strada  spostandosi da un posto all’altro con passaggi di fortuna a costo zero. Ad oggi onestamente, nonostante il richiamo del fascino del viaggiatore hippie-autostoppista, non ho mai sentito il reale bisogno di utilizzare il “passaggio” al posto dei mezzi pubblici, sopratutto  perché bus e treni sono così economici che risparmiare qualche dollaro ma impiegare ore a bordo strada per trovare un auto che mi porti dove voglio andare non mi sembra un gran guadagno. E’vero che stare in macchina con qualcuno ti permette di conoscere persone e avvicinarti alla cultura locale, ma la stessa cosa succede anche sui mezzi pubblici dove per il 90 per cento delle volte mi sono ritrovato a viaggiare come unico turista, e questo tra l’altro suscita la curiosità dei passeggeri locali che iniziano domandandoti il solito “Wich Country?” e con cui alla fine si finisce sempre per chiacchierare.

Oggi però, a 3500 metri e con la prospettiva di dovermi fermare a bordo strada per sei ore in attesa di raggiungere Leh, è uno di quei momenti il cui il passaggio può davvero essere utile e così in un attimo mi ritrovo con il braccio teso a bordo strada cercando di fare cenni con la testa per far fermare i veicoli che mi vengono incontro. In meno di un minuto si ferma una macchina con a bordo tre ragazzi indiani che si offrono di portarmi fino in cima al passo, ma mi avvisano che poi torneranno indietro dalla stessa strada verso Manali. Li ringrazio ma gli dico che non è quello di cui ho bisogno e rimetto il pollice al vento sperando nella colonna di camion che dall’alto vedo salire lungo i tornanti più in basso.

Sembra incredibile, ma qualche minuto dopo mi ritrovo a fissare il mio zaino sopra la cabina color bianco e blù di un tipico camion cisterna indiano di marchio TATA. L’autista del primo mezzo della carovana mi ha fatto un segno con la mano per farmi capire che non mi avrebbe preso, non so per quale motivo, mentre la cisterna, che viaggiava subito dietro, ha rallentato e mi ha chiesto dove fossi diretto.

“Leh. Where are you going?” Gli dico.

“20km before Leh, come!” Wow!

Ho come l’impressione che sia stato tutto troppo semplice, ma in un attimo sono seduto nell’assurda cabina del camion a scalare gli ultimi tornanti del Rothang Pass. Gli autisti del mezzo sono due: un ragazzo di ventisette anni dai tipici lineamenti indiani che era alla guida quando sono salito e un uomo sulla sessantina con barba e capelli ribelli che gli è seduto a fianco e fuma tipiche sigarette indiane che ricordano molto quelle fatte “a mano” ma sono vendute già pronte. Vengono da Ambala, città dello stato dell’Haryana, e stanno viaggiando da alcuni giorni con l’obiettivo di arrivare a Leh la sera successiva. L’uomo più anziano non parla inglese e così riesco a chiacchierare solo con il ragazzo più giovane. Mi racconta che fa questo lavoro da sette anni e il suo sogno sarebbe quello di arrivare un giorno a guidare dei camion più grossi, che se ho capito bene dovrebbero essere quelli dei trasporti eccezionali. Non vengono spessissimo in Ladakh ma mi confessa che ama guidare su queste strade very dangerous e che la cosa lo diverte un sacco. Solitamente il camion va per 24 ore mentre i due autisti si danno il cambio, ma mi dice anche che qua guidare di notte è troppo rischioso e così in serata ci fremeremo a dormire in una zona attrezzata a metà strada tra Manali e Leh. Sta sul camion per circa un mese per poi tornare a casa qualche giorno e ripartire, e così per 12 mesi, senza sosta, ma nonostante questo mi dice che comunque il lavoro gli piace.

 

La cabina del camion non ha dei veri e propri sedili, ma un unico grosso ripiano rivestito con un materasso che funge sia da sedile che da letto  e così mentre il giovane guida mi metto sdraiato a fianco del vecchio che approfitta per riposare, con in sottofondo una tipica musica indiana. Il materasso è blu scuro e anche gli interni della cabina, per lo più rivestita con pannelli lucidi in legno, sono colorati dello stesso colore. Sul soffitto ci sono invece decorazioni di tonalità diverse e sulla parete posteriore della cabina è appeso un grosso poster, di quelli che se ne vedono un sacco in India: fotomontaggi su carta satinata dai colori sgargianti che rappresentano paesaggi impossibili.  Su questo, una casa in legno che sembra uscita da una favola è immersa nel verde tra ruscelli e pini e un’auto simile ad una Lamborghini è parcheggiata nel prato fuori casa. Ne ho visti di simili anche in Nepal e spesso riportano anche qualche frase motivazionale o qualche massima filosofica che non c’entra niente con l’immagine. Di gusto decisamente discutibile. Completano la cabina alcuni drappi decorativi che penzolano dal soffitto e un altarino destinato alle statue della divinità al centro del parabrezza, che però su questo mezzo è rimasto vuoto. Mai come su queste strade credo che sarebbe saggio riempirlo.

Continuiamo per qualche ora e i fermiamo per un boccone in una piccola baracca a bordo strada. Mentre stiamo mangiando la solita Alu Paratha, una sorta di piadina ripiena di patate, e la tazza di brodo di lenticchie si ferma nello stesso posto un pullman dell’esercito e appena i militari mii vedono con gli autisti iniziano a farmi domande e non sembrano molto contenti del fatto che uno straniero viaggi su una cisterna insieme a due autisti sconosciuti e che dovrei scendere quanto prima e continuare su un pullman. Addirittura si offrono di portarmi a Keylong sul loro. Li ringrazio ma non posso accettare, perché l’idea di arrivare diretto a Leh senza la sosta a Keylong mi stuzzica e  così provo a convincerli che non ci sono problemi e che anzi i due sono stati super gentili. Alla fine, forse più rassegnato che persuaso, quello che deve essere il capo del gruppo mi lascia il suo numero di telefono e mi raccomanda di chiamarlo in caso di bisogno. Lo ringrazio di cuore per la gentilezza e l’apprensione e alla fine ripartiamo.

Il pomeriggio è infinito. Il camion viaggia per ore lungo strade da mal di pancia tra sassi e strapiombi a non più di 30 all’ora. Resto sdraiato sul retro addormentandomi un paio di volte e risvegliandomi poi di colpo rimbalzando su buche più profonde delle altre e quando il ragazzo lascia la guida al vecchio e si mette a riposare e fare due chiacchiere diventa troppo difficile mi metto le cuffie con un po’ di musica e riprovo ad addormentarmi. Dormo per un paio d’ore e mi risveglio poco prima della cima del Baralacha La, a 4890 metri. Se mi guardo senza pensare che sono su un camion non potrei mai immaginare che un mezzo del genere possa percorrere una strada di questo tipo. Siamo in montagna, su un sentiero. Con un camion. Eppure poco alla volta il TATA supera ogni ostacolo e ci porta fino all’accampamento di Sarchu, dove il camion ha in programma di passare la notte.

Poco prima dell’accampamento ci fermiamo ad un check Point della polizia per il semplice controllo del passaporto. Gli agenti però, come già prima i militari, non sono contenti nel vedermi su un camion che in teoria non potrebbe nemmeno trasportarmi. Se oggi i membri dell’esercito si erano limitati a cercare di convincermi, questa sera i poliziotti sono molto più severi. Devi scendere, non ci sono storie! Le uniche persone autorizzate a  viaggiare su un camion sono i due conducenti, che a detta loro finirebbero in galera se mi succedesse qualcosa durante il viaggio. Vedo i due autisti parlare con la pattuglia e al loro rientro mi confermano dispiaciuti che devo scendere. Passerò la notte nell’accampamento più avanti e domani mattina finirò il tragitto verso Leh con il pullman che parte da Keylong prima dell’alba e che dovrebbe essere li a metà mattinata.

Il viaggio in camion finisce così a Sarchu. Saluto e ringrazio i due autisti. E’stata una bellissima esperienza e un pò mi dispiace lasciarli, ma non è il caso di andare a cercare problemi con la polizia. Passo la notte in una delle numerose baracche in lamiera con materassi per terra costruita nell’accampamento che non è altro che un insieme di baracche simili che si susseguono una dopo l’altra per circa un chilometro a bordo strada. Sono nel mezzo di un deserto, lontano da ogni città e da ogni fonte luminosa, particolare che mi regala l’ennesima stellata mozzafiato.

La mattina dopo mi preparo a bordo strada intorno alle dieci in attesa del pullman. E’ impossibile sapere di preciso a che ora arriverà, dato che gli imprevisti su queste strade sono all’ordine del giorno, e così devo aspettare più di un’ora prima che, intorno alle 11 e mezza, vedo comparire da lontano il bus bianco e verde diretto a Leh. Il viaggio continua con poche emozioni se non quelle date dai panorami stupendi che mi circondano. Deserto, canyon, montagne rocciose e cime innevate per 150 chilometri di strada. E’ veramente uno spettacolo! Superiamo il Taglang La Pass a 5328m, che a quanto dice il cartello sulla cime è per altezza il secondo passo percorribile dai veicoli al mondo. Da li iniziamo una lunghissima discesa verso Leh, dove arriviamo dopo le sette di sera, quando ormai è già buio. Finalmente sono in Ladakh!

Superiamo il Taglang La Pass a 5328m, che a quanto dice il cartello sulla cime è per altezza il secondo passo percorribile dai veicoli al mondo. Da li iniziamo una lunghissima discesa verso Leh, dove arriviamo dopo le sette di sera, quando ormai è già buio. Finalmente sono in Ladakh!

 

 

Trovo una guesthouse vicino alla stazione. E’ pessima ma è economica e questo è sufficiente per farmela andare bene. Domani con calma cercherò altro. Per ora ho solo voglia di lavarmi e dormire.

Mini guida pratica al Ladakh
Sulla strada per Leh. In bus da Manali verso il Ladakh

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