Manali e Leh, la principale città del Ladakh, sono collegate tra loro da una spettacolare strada di oltre 400km che passa attraverso una delle zone più spettacolari dell’India e supera ben tre passi a oltre i 5000 metri e un paio oltre i 4000!

A Manali, affidandosi a una delle numerose agenzie turistiche, è possibile prenotare un posto su un bus o su una jeep privata che solitamente raggiungono Leh in un unica tappa dopo un viaggio di una ventina di ore. Questi mezzi però sono piuttosto cari, per lo meno per chi si trova a viaggiare low cost, dato che per un biglietto di sola andata si spendo tranquillamente più di 40 dollari. L’opzione più economica è come sempre il bus pubblico, anche se non ne esiste uno che percorre la tratta Manali Leh, e si è costretti a spezzare il viaggio in due parti raggiungendo il primo giorno il villaggio di Keylong a un centinaio di chilometri a nord di Manali oltre il Rotang Pass, per proseguire poi verso Leh il giorno successivo. Il tutto per poco più di 12 dollari.

Di bus che da Manali arrivano a Keylong ne partono parecchi al giorno, dalle quattro del mattino fino a mezzogiorno circa, per un viaggio che se non ci sono problemi dura intorno alle sei o sette ore. Per evitare il caos di veicoli che ho trovato sul Rotang Pass quando l’ho attraversato in moto scelgo il pullman delle 5, con l’intento di arrivare a Keylong il prima possibile e riposarmi fino all’alba successiva quando dovrò prendere il bus per Leh.Il pullman per Keylong parte dalla città di XXX, e così quando poco dopo le cinque ferma a Manali è stracolmo di gente e l’unico posto a sedere che trovo è per terra, sul metallo lurido del corridoio centrale. Partiamo, ma dopo una decina di minuti di viaggio il pullman si spegne.

La sensazione è come se di colpo non avesse più potenza e ci vuole del tempo prima che l’autista riesca a riaccendere il mezzo. La cosa si ripete per altre tre o quattro volte a distanza di una decina di minuti l’una dall’altra, ma all’ennesima ripartenza non ci faccio più caso e così provo a sdraiarmi nel corridoio usando il grosso zaino come cuscino cercando di addormentarmi. Mi accorgo che siamo ormai sulla lunga salita al Rotang Pass quando inizio ad essere sbalzato prima a destra e poi a sinistra ogni volta che il pullman affronta un tornante, e nonostante il continuo spegnersi del mezzo saliamo con ritmo abbastanza regolare anticipando le centinaia di veicoli che saliranno in mattinata. Per un attimo realizzo di essere sdraiato per terra in un bus pubblico indiano, cercando con la massima naturalezza la posizione migliore per addormentarmi con le scarpe dei passeggeri seduti a pochi centimetri dalla faccia. Mi sto rendendo conto che il limite tra normale ed anormale, insieme alla linea dello schifo, l’ho superato da un pezzo. Non è bello da raccontare e non è nemmeno un vanto, intendiamoci, e anzi un po’ me ne vergogno, ma è la cruda conseguenza dell’abitudine del vivere con lo zaino in spalla e un occhio al portafoglio. Anche se non so ancora bene quale sia il meccanismo che lega le due cose me ne rendo conto giorno dopo giorno. Scarpe bucate, vestiti improponibili, pigiami che si trasformano in maglie per poi tornare ad essere pigiami quando cala il sole e messi a lavare appesi ad un filo all’aria aperta. Per non parlare dei letti con lenzuola e cuscini luridi, cibi serviti su fogli di giornale piegati in due e the cotti in pentole con croste nere che è meglio non farsi domande. Ma in fondo chissenefrega, i problemi quando si è lontani da tutto sono ben altri. Cose che mai avrei pensato di fare stanno diventando normali e in un certo senso la cosa mi affascina, perché quando razionalizzo non capisco come nasca questo cambiamento . Mi chiedo se in fondo in fondo in ognuno di noi ci sia qualche retaggio selvatico che riaffiora non appena siamo lontani dal nostro quotidiano e ci porta a disinteressarci di metà delle cose a cui facciamo caso solitamente.

Ho comunque poco tempo per rifletterci perché dopo l’ennesimo stop questa volta il mezzo sembra non avere più intenzione di ripartire. L’autista prova e riprova a girare le chiavi ma questa volta, dopo il rumore elettrico del motorino di avviamento il motore non da alcun segno di vita. L’autista scende dal mezzo e incomincia un vociare tra i passeggeri. Siamo fermi in mezzo alla strada a più di 3500 metri, a pochi chilometri dal passo, con una colonna di auto dietro di noi che si fa poco alla volta più lunga. Finalmente l’autista risale e il vocio tra i passeggeri cessa di colpo, in attesa di un riscontro che non tarda ad arrivare. Chiedo ad un ragazzo indiano di tradurre e resto di sasso.

“We have to go down. We have to push”.

“Scusa?!”

Penso di avere capito male ma invece ho capito benissimo. Il bus è morto e dobbiamo spostarlo di qualche centinaia di metri fino a che la strada si fa un filo più larga e può accostare lasciando libera la carreggiata. Ci mettiamo tutti dietro il pullman, ma nonostante i buoni propositi non ci stiamo tutti e così facciamo a turni e poco alla volta, centimetro dopo centimetro, riusciamo a muovere la la bestia a lato strada.

Mi metto insieme a tutti i passeggeri a bordo strada in attesa di sapere che ne sarà di noi. L’immagine fa sorridere. Sembra di vedere i tifosi sulle montagne del Giro, con i mezzi che nel frattempo hanno ripreso a salire al passo che ci fanno da ciclisti. Siamo a più di 3500 metri su un passo di montagna.

Come arriviamo a Keylong? L’autista si allontana e sta per un po’ al telefono, per poi tornare e provare a rassicurarci dicendoci  che ci vorranno circa quattro o cinque ore perché arrivi un pullman per noi. Che bella notizia! La prospettiva di passare cinque ore a bordo strada mi angoscia e così penso ad una soluzione alternativa. In realtà non è che di alternative ve ne siano molte, e a meno di decidere di camminare per cento chilometri e raggiungere Keylong a piedi l’unica cosa da fare è mettersi lo zaino in spalla, allontanarsi dal groppone di passeggeri, provare a mettere il pollice al vento e tentare l’autostop. In teoria, a meno che decidano di arrivare in cima per godersi il panorama e ritornare poi a Manali,  i veicoli che salgono lungo il Rothang Pass possono continuare solo per il Ladakh e per la valle di Spiti, anche se quelli che attraversano quest’ultima da questo versante sono veramente pochi. Ci sono perciò buone possibilità che più della metà dei mezzi che stanno salendo siano diretti a Leh. Non mi resta che incrociare le dita della mano sinistra e allungare il pollice della destra.

Continuando verso Leh. Due giorni di strada per il Ladakh
Da Nako attraverso il Jalori Pass. Due giorni per tornare a Manali

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