Il villaggio di Nako si trova al culmine di una lunghissima e spettacolare salita. Lasciandoselo alle spalle per proseguire verso sud si affronta un’altrettanto lunga e splendida discesa tra le pendii rocciosi che, dopo infiniti tornanti, riporta a fondo valle. La strada continua con qualche sali e scendi per un bel pezzo, alternando tratti di asfalto nuovo di zecca, liscio come un tavolo da biliardo, a tratti sterrati che ricordano molto le mulattiere che si affrontano avvicinandosi a Kaza.

A bordo strada si incontrano decine di uomini e donne intenti a spaccare pietre e  lavorare per sistemare il manto stradale. Fanno un lavoro orribile. Sono sotto il sole ricoperti d testa ai piedi da una sottile polvere bianca proveniente dalle rocce frantumate. Non so ne se ne quando mai finiranno la strada, e anche se a dirla tutta l’opera sembra più utopica che realizzabile, i pezzi di strada appena asfaltati dimostrano la forza e la costanza di queste persone e probabilmente tra qualche anno sarà un piacere guidare anche lungo tutto questo tratto di vallata.

Continuo verso sud costeggiando il fiume su una strada costruita tagliando letteralmente il pendio roccioso della montagna. Il paesaggio è bello ma non ha niente a che vedere con quello dei giorni scorsi. Sono circondato da rocce grigie che si gettano nel fiume sul fondo della vallata, grigio anch’esso per la sabbia che trasporta. Ormai Nako è lontano più di cento chilometri e sembra filare tutto liscio. Man mano che si prosegue verso sud i tratti sterrati sono sempre meno e posso scatenare tutti i (pochi) cavalli della Enfield tra le morbide curve in leggera discesa che scendono dalla vallata. Ma se c’è una cosa che ho capito dell’India è che, quando tutto sembra andare troppo bene, bisogna iniziare a preoccuparsi, perché la statistica mi ha insegnato che qualche magagna deve arrivare quotidianamente a incasinare le giornate. E così al termine di un rettilineo vedo da lontano una fila di autoveicoli fermi a bordo strada. Ci sono un paio di pullman e una decina di auto in colonna, e avvicinandomi mi rendo conto che un gigantesco masso si è staccato dalla parete rocciosa cadendo sulla carreggiata e bloccandola completamente. Stop. Di qui non si passa. Con la moto supero la colonna di veicoli e arrivo a ridosso del masso. Una squadra di uomini con martelli pneumatici sta lavorando per liberare la strada, ma gli autisti dei veicoli in fila mi dicono che probabilmente per sei o sette ore la strada resterà bloccata. Perfetto!  Mi suggeriscono però un’alternativa. Posso tornare indietro per una decina di chilometri e imboccare una strada che sale e gira intorno alla frana, per poi tornare sulla strada principale qualche chilometro dopo. Sono circa 50km in più, ma non ho assolutamente intenzione di stare li ad aspettare sotto il sole e così, senza pensarci due volte, giro la moto e riparto.

 

La salita è splendida. Una strada stretta sale con tornanti a strapiombo sulla vallata, in uno strano mix di paesaggio desertico e conifere. Attraverso alcuni piccoli villaggi sperduti e mi chiedo quante meraviglie simili ci siano intorno. Villaggi sconosciuti, dimenticati dalle guide turistiche e isolati da tutto. Non basterebbero mesi per esplorare fino in fondo queste zone di montagna lontano da tutto. La deviazione, pur lunghissima, è tutto sommato piacevole e mi riporta sulla strada principale vicino al villaggio di Rekong Peo, dove per la seconda e ultima volta devo mostrare il famoso permesso preso ieri a Kaza.

 

Da li in poi la vallata diventa sempre più verde man mano che perdo quota e, nonostante una seconda frana che mi costringe ad aspettare fermo per una buona mezz’ora prima che la strada venga liberata, il viaggio è scorrevole e continuo verso sud fino a raggiungere in serata il villaggio di Badrash, poco prima dello svincolo che porta al Jalori Pass, che attraverserò domani.

 

Il villaggio lungo la strada in cui mi fermo per la notte è tutto fuorché una meta turistica, e  dire la verità è anche bruttino. Non mi fermo molto. Ci arrivo alla sera poco prima del tramonto e riparto la mattina presto, con l’idea di arrivare a Manali intorno alle tre del pomeriggio, dopo sei o sette ore di strada. La giornata inizia maluccio, con la terza frana in due giorni, che mi costringe a perdere una mezz’oretta buona. Sono arrivato alle ultime due frane quando i grossi mezzi da lavoro erano già intenti a sgomberare l’area e tutto sommato nella sfiga sono stato anche piuttosto fortunato. Non so quale sia il tempo di reazione medio, ma fare arrivare una grossa ruspa in un punto di strada così isolato non credo sia questione di minuti.

 

La statistica mi da ragione. La media di una magagna al giorno si conferma corretta e per il resto della giornata fila tutto liscio come l’olio. Prima la bella salita ai 3130m del Jalori Pass, poi una lunga discesa nel verde, tra boschi e prati, in un paesaggio lontano anni luce da quelli che ho attraversato nella Valle di Spiti. Qua sembra di essere in una località montana europea, tra piccoli villaggi e casette sparse qua e la sui pendii delle montagne. Al termine della discesa mi ricongiungo alla lunga strada principale che prosegue verso nord fino a Manali.

Qua i paesaggi bucolci, i villaggi sperduti e l’himalaya restano solo un bellissimo ricordo. E di colpo mi sveglio da un sogno durato cinque giorni e mi ritrovo di colpo in India. Caos lungo la strada, polvere e ognuno che praticamente alla guida fa il cazzo che vuole, utilizzando il clacson senza nessuna logica.

Anzi, a pensarci bene mi pare che la logica sia: “Sto per fare una manovra potenzialmente mortale, ma suono il clacson così sei avvertito che la sto per fare e se dovesse succederti qualcosa la colpa è tua perché io il clacson l’ho suonato e ti ho avvisato”. Amen.

Così gli ultimi cinquanta chilometri tra camion e auto impazzite diventano la parte più stressante dell’intero tragitto, ma alla fine, con la polvere del fondo stradale che nonostante la bandana mi è entrata in bocca e nel naso finalmente arrivo a Manali. E’finita. Svuoto il portapacchi lasciando tutto nella piccola guesthouse in cui ero già stato qualche giorno fa e prima di consegnare la Enfield ci faccio un ultimo giro intorno al paese. Mi mancherai.

Torno all’officina e riesco a barattare i dieci litri di benzina rimasti, la stupenda giacca marrone, un paio di guanti, le corde e i teli per proteggere il bagaglio in cambio del quinto giorno d noleggio non previsto. Non un grand’affare dal punto di vista economico ma sicuramente la cosa migliore da fare dato che di una giacca in finta pelle con l’interno in finto pelo pesante un chilo e mezzo non saprei cosa farmene. E così a piedi me ne torno in stanza per farmi una doccia e riprendermi da questi incredibili giorni a spasso in alcuni dei posti più incredibili mai visti.

Mi specchio. Ho la polvere in faccia. Mi sono divertito come un quattordicenne a cui hanno appena regalato uno scooter. E’ stata un’esperienza del tutto inaspettata ma incredibile, che rifarei altre migliaia di volte e consiglio a chiunque si trovi a passare di qua. Sono uscito dal budget, è vero, perché tra una cosa e l’altra, tra moto, benzina e accessori ho speso più di 120 euro. 24 euro al giorno, più cibo e letto, praticamente più il doppio rispetto a quando spendo mediamente. Ma fa niente. Rinuncerò a qualche birra e troverò altri modi per risparmiare, ma nonostante sia quasi banale da dire, non posso non sorvolare sul fatto quello che mi resta di queste ultime 120 ore in mezzo all’Himalaya vale molto ma molto di più! E comunque voglio comprarmi una Enfield!

Sulla strada per Leh. In bus da Manali verso il Ladakh
Da Kaza a Nako. Però per due volte.

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