Ho noleggiato la moto per quattro giorni, con l’idea di arrivare a Kaza partendo da Manali, attraversando il Rothang Pass e la Valle di Spiti e tornare poi dalla stessa strada. Il programma iniziale che mi ero fatto era di arrivare a Kaza il primo giorno, starci poi una giornata intera per visitarne i dintorni e tornare a Manali facendo il percorso inverso in altri due giorni.

In realtà per le pessime condizioni della strada ho impiegato due giorni per arrivare fino a Kaza e l’idea di tornare indietro lungo lo stesso percorso non mi piace per niente. Devo trovare un’altra soluzione e così chiedendo a qualche motociclista indiano incontrato nella piccola cittadina scopro che è possibile tornare a Manali continuando verso sud est da Kaza per circa 300 km per poi risalire verso nord, attraversare il Jalori pass e proseguire fino a chiudere un lungo anello che mi riporterà a Manali. I chilometri da percorrere per chiudere il giro a dir la verità sono quasi 400 rispetto ai 200 che dovrei percorrere se tornassi dalla stessa strada da cui sono arrivato, ma da Kaza in poi le strade migliorano notevolmente, quindi il viaggio dovrebbe essere molto meno pericoloso e anche più divertente. Non ho davvero la minima intenzione di ripercorrere la Valle di Spiti tra Guadi e Pietre, così decido per l’alternativa suggerita dai ragazzi indiani con cui ho parlato. Mi ci vorrà però un giorno in più di viaggio, così mi organizzo e telefono al noleggio per avvisare.

Purtroppo in tutta la valle di Spiti internet non funziona e così non posso verificare le informazioni che i ragazzi mi hanno dato, ma guardando una mappa offline scaricata sullo smartphone sembra che la strada che dovrò percorrere sia l’unica e quindi impossibile sbagliare.

Lasciando Kaza

 

L’unico dubbio che mi resta è relativo ad eventuali permessi da prendere per poter percorrere la vallata. Dopo il permesso che ho dovuto richiedere con un giorno di anticipo per superare il Rotang Pass non mi stupirei se anche andando oltre fosse necessario fare qualche particolare documento. L’india non la conosco a fondo, ma una delle poche cose che ho capito è che se è possibile complicare qualcosa,  viene complicata.

I ragazzi indiani con cui ho parlato mi hanno assicurato che non servono permessi, ma per sicurezza nel pomeriggio chiedo anche a tre diversi poliziotti che incontro in strada e tutti mi confermano che posso continuare tranquillamente. Perfetto. Non mi resta che continuare.

La mattina parto presto. La strada è a tratti asfaltata e a tratti con il fondo sterrato ma comunque cento volte meglio di quella trovata nei giorni scorsi. Guidare qua è davvero un piacere. Ho gli auricolari con la musica nelle orecchie, il vento in faccia. E’ perfetto. Mi riprometto che se al rientro avrò ancora due soldi da parte mi comprerò una Enfield. E’pesante, rigida, lenta e probabilmente ha soluzioni tecniche superate da qualche anno . Ma è troppo divertente da guidare e da la sensazione di essere indistruttibile. Mi vedo tra qualche anno salire tra i tornanti di Selvino immaginando l’Himalaya. Ho guidato più di una ventina di moto in vita mia, ma questa è la prima con cui mi godo davvero la strada.

Il paesaggio beh. Lascio parlare le fotografie, perché davvero non ho più aggettivi per questa vallata. Sono in estasi. Continuando verso sud est oltre Kaza si percorre un tratto di valle molto meno isolato rispetto a quello che arriva da Manali, e ogni 10, 15km si attraversano alcuni villaggi con qualche gueesthouse e piccoli ristornanti. Dopo un ultimo tratto di strada che taglia un canyon arrivo a Sumdo. Sto guidando da circa tre ore immerso in un panorama stupendo, mi sto divertendo da matti, c’è un sole spettacolare e sono anche in anticipo sulla tabella di marcia che mi ero ipotizzato. Forse, a pensarci bene, non avrei nemmeno dovuto estendere il noleggio della moto dato che se oggi guidassi fino a sera domani nel tardo pomeriggio dovrei essere a Manali. Insomma, una giornata perfetta. Fino ad ora.

A Sumdo c’è un posto di controllo. Ne ho attraversato uno simile a Losar, prima di Kaza. Un agente alza e abbassa una sbarra che chiude il traffico per far passare i veicoli, mentre un altro agente sta nella piccola struttura a bordo strada per registrare i dati di chi passa.  Nulla di che, un semplice controllo del passaporto e della targa della moto. Almeno così credo.

Scendo dalla moto e entro sorridente nel piccolo ufficio. L’uomo dietro la scrivania apre un grosso quadernone su cui posso intravedere una lunga lista di nomi e cognomi di turisti provenienti da ogni parte del mondo e mi chiede il passaporto. Subito dopo però mi dice: “Give me perimit“.

Non capisco. “Which permit?!”. “The transit Permit!”.

Rifletto un secondo. Ieri la polizia mi ha detto che non serve alcun permesso, quindi presumo che l’agente vorrà vedere quello del Rotang Pass che ho usato per superare il passo il primo giorno. Lo trovo accartocciato nel marsupio e glielo appoggio sul tavolo.

“No sir. This is not the permit.” Non riesco a capire.

Gli chiedo di nuovo quale permesso vuole e con tono scocciato mi ripete the transit permit, aggiungentdo “The one u get in Kaza”. Sbianco.

Gli dico che non ho preso nessun permesso a Kaza e non ho idea di quale permesso dovrei dargli, e così apre un cassetto e tira fuori un foglio fotocopiato con la fototessera di un turista straniero e qualche timbro. “This permit”.

Non ho mai visto quel permesso e nemmeno ne ho mai sentito parlare. Gli faccio presente che la polizia ieri mi ha detto che potevo tranquillamente continuare e con naturalezza mi risponde. “Yeah. This permit is non released by the police, so they dont know anything about that”.  Ah.

Mi spiega sempre più spazientito che siamo a pochi chilometri dal confine tibetano e la zona è controllata, quindi i turisti stranieri che vogliono passare hanno bisogno di un permesso. Capisco al volo perché ieri i motociclisti indiani con cui ho parlato non ne sapevano nulla. A loro non servono permessi.

Non voglio nemmeno pensare all’eventualità di tornare a Kaza, ma quando gli chiedo se può chiudere un occhio o è possibile in via eccezionale fare il permesso li è irremovibile. No! Se voglio passare di qua devo portargli il permesso fatto a Kaza, se no posso pure tornare indietro. Provo allora prima a corromperlo con qualche migliaio di rupie e poi a fare l’incazzato rifacendogli notare il fatto che la polizia solo ieri mi ha detto che potevo proseguire senza problemi (in realtà non devo fingere perché sono veramente incazzatissimo). Tutto questo però non fa che peggiorare le cose e di risposta l’uomo inizia ad alzare la voce e mi minaccia che se non torno immediatamente indietro chiama la polizia e fa sequestrare la moto.

Gli chiedo dove posso fare il permesso e mi dice semplicemente  in Kaza e quando gli chiedo di essere più preciso mi risponde at the office. Mi reinvita ad andarmene, ripetendo la minaccia della polizia.

Non sembra affatto scherzare. Nonostante la mia curiosità, quella del carcere indiano non è un’esperienza che mi attira, così quando ormai capisco che non c’è più niente da fare, con la coda tra le gambe esco dallo stanzino, giro la moto e mi riavvio verso Kaza.

La colpa fondamentalmente è mia, ma il fatto che ieri ho chiesto a destra e a sinistra informazioni su eventuali permessi e tutti mi abbiano detto che non ne servono mi fa incazzare non poco. Purtroppo non essendoci internet a Kaza non ho potuto verificare meglio, e così mi sono ritrovato in questa situazione.

Altre tre ore di strada per arrivare in città. Una mezz’ora buona a chiedere a chiunque incontro se mi sa dare informazioni sul permesso, fino a che incontro un ragazzo tedesco arrivato li in moto che finalmente sembra saperne qualcosa di e mi dice che c’è un ufficio poco lontano. Da qui in poi . Arrivo all’ufficio intorno all’una e mezza e finalmente trovo un gentile impiegato che mi rassicura di essere nel posto giusto. Il permesso va fatto nell’ufficio adiacente al suo ma in questo momento gli impiegati sono in lunch break. Mi invita a tornare alle 14.30 con 4 fototessere, che però non ho. Parto così alla ricerca di un negozio che mi stampi 4 foto, lo trovo, faccio un boccone e alle due e mezza in punto sono fuori dall’ufficio.

Fortunatamente l’impiegato è ancora più gentile del primo e in un attimo appiccica una mia fototessera su un grosso quadernone scrivendo a fianco il mio nome e i miei dati e mi rilascia un foglio di carta con un paio di timbri, che mi permetterà di passare. Eccolo quel maledetto permesso. Gli chiedo se devo pagare ma mi dice di no, il permesso è gratuito. Ok fantastico. Praticamente ho perso mezza giornata per un foglio di carta.

Quel maledetto permesso !!

Riparto. Stavolta però a manetta. Non che guidare su quelle strade sia un dispiacere, ma comunque Arrivo a Sumdo intorno alle cinque e mezza. L’fficiale al posto di blocco è ancora quello della mattinata e appena mi vede, con un aria piuttosto seria mi dice:  “Ohh you again. You agree that you need perimit? “

Scoppio a ridere. Ho avuto tutto il tempo per farmi passare l’incazzatura. In fondo non ho fretta, sono in un posto stupendo e nel bene o nel male anche questo è un altro pezzo di esperienza che metto nello zaino. In un attimo mi ritrovo con il permesso timbrato in tasca e la sbarra alzata, che praticamente segna la fine della Spiti Valley.

Da Sumdo la strada continua asfaltata per una decina di chilometri per poi arrampicarsi per una ventina di chilometri su una spettacolare salita che porta fino al villaggio di Nako. Quest’ultimo tratto di strada è stupendo e percorrerlo al tramonto rende il tutto ancora più magico. Si sale per infiniti tornanti immersi in un paesaggio di roccia chiara. Intorno solo montagne e silenzio. Sto provando la stessa sensazione di ieri sera. Mi fermo più volte tra un tornante e l’altro e rido rido da solo pensando alla bellezza di questo posto. Penso ai genitori e agli amici lontani migliaia di chilometri. Mi sto accorgendo che quando ho di fronte posti che lasciano senza parole lo faccio spesso di pensare loro. Happines is real only when shared si dice, e a volte ho l’impressione che qualcosa di vero ci sia in questa frase. Vorrei teletrasportarli qua, sedermi con loro, aprire una birra e dire “Cazzo, guarda che posto”.

 

Nako è il piccolissimo villaggio al termine di questa stupenda salita. Qualche guesthouse, alcuni negozietti e un panorama da favola. Ci arrivo che sono ormai le sette di sera e dopo il solito giro per trovare il letto al prezzo migliore scelgo una piccola guesthouse a gestione famigliare proprio all’ingresso del paese. Giusto in tempo per godermi il sole che scende piano piano verso ovest e lascia spazio alla notte. Che giornata!

Da Nako attraverso il Jalori Pass. Due giorni per tornare a Manali
Kaze e il monastero di Key nella Spiti Valley

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