Lascio il piccolo accampamento di Chhota Dara in cui ho passato la notte poco dopo l’alba diretto alla cittadina di Kaza. La strada continua tra sassi, rocce e qualche guado per una ventina di chilometri, fino al piccolo centro di Batal, con due case e qualche tenda. Dopo i guadi di ieri oggi sono partito con dei grossi stivali in plastica che avevo comprato in caso di pioggia, ma dopo pochi chilometri mi ritrovo con i piedi fradici per l’acqua del primo fiume attraversato, è entrata dal bordo superiore degli stivali. Iniziamo bene.  Procedo a passo d’uomo nell’immensa vallata costeggiando un grosso fiume che scorre verso ovest

Il posto è stupendo.  e non incontro altri mezzi lungo la strada e quando di tanto in tanto mi fermo per scattare qualche fotografia e spengo il motore della grossa Enfield resto immerso nel silenzio più assoluto, interrotto solo dal rumore dell’acqua e dal vento fresco che scende dai pendii intorno. Sono completamente solo in mezzo ad un mix di deserto e montagne che lascia senza parole.  La vegetazione è quasi completamente sparita e sono circondato solo da roccia, acqua e neve. Alcune grosse nuvole bianche sembrano incollate ad un cielo che ha un colore azzurro talmente intenso da sembrare finto.

Appena oltre l’accampamento di Batal un ponte mi porta sull’altra sponda della vallata e comincio a salire lungo una strada a tornanti che porta fino al Kunzum La Pass, a 4590 metri. Dai piedi della salita il fondo stradale migliora notevolmente e seppur rimangano qua e la buche e sassi posso guidare molto più rilassato e godermi il paesaggio della vallata che man mano salgo diventa sempre più spettacolare. Prima, ogni tanto seconda e il motore della Enfield diventa una piacevole colonna sonora che mi fa compagnia mentre piano piano, tornante dopo tornante, raggiungo la cima del passo.

Sulla sommità del Kunzum La dalla strada principale si stacca verso sinistra un lungo viale ai cui bordi sventolano grosse bandiere di preghiera tibetane che prosegue fino ad un bellissimo stupa bianco decorato con colori sgargianti. Mi fermo un po’ e poi riparto verso la lunga discesa che porta fino al piccolissimo villaggio di Losar, il primo vero centro abitato che incontrerò dopo più di cento chilometri di strada lungo la vallata.

Appena oltre  il passo il paesaggio cambia di colpo. I grigi pendii che mi hanno accompagnato nelle ultime ore di viaggio si colorano di mille sfumature di marrone, che in contrasto con il verde dei prati a fondo valle regalano un panorama da sogno. I colori sono quello che più mi rimarrà di questo tratto della Spiti Valley. Il verde intenso e le infinite tonalità di marrone in contrasto con un cielo che chilometro dopo chilometro da ‘impressione di diventare sempre più azzurro. Mi guardo intorno e, sembra assurdo, fatico a pensare che quello che mi circonda sia reale. Forse in qualche documentario ho già visto paesaggi simili, ma quella strada sensazione che si ha quando ci si rende conto di esserci in mezzo per davvero e di poterli toccare con mano è qualcosa di indescrivibile.  Eppure è tutto vero. Sono io, da solo, in mezzo all’Himalaya. Non sto sognando.

Dal piccolo villaggio di Losar a Kaza la strada è uno spettacolo. Lunghi rettilinei asfaltati in mezzo a enormi vallate si alternano a tratti di strada incastrati tra canyon assurdi. Dove posso accelero. Butto la terza, poi la quarta e a volte anche la quinta. La Enfield supera a fatica i cento all’ora ma ha la strana virtù di non farti sentire il bisogno di andare più forte. Continuo ancora con il vento in faccia per qualche ora fino a che da lontano intravedo sul lato sinistro della vallata la “grossa” città di Kaza. Se nelle prime ore del mattino, tra sassi e fiumi da guadare, non vedevo l’ora di arrivare, ora invece sono quasi dispiaciuto di esserci così vicino. Il pezzo di strada dalla cima del passo fino alla città è così piacevole che avrebbe potuto continuare per altri mille chilometri senza stancarmi.

Kaza è una piccola città in miniatura nel cuore dell Spiti Valley con poco più di 3000 abitanti. Essendo il primo “grosso” centro abituato che si incontra poco dopo più di cento cinquanta chilometri di strada in mezzo al nulla però è tappa obbligatoria per chiunque si ritrovi a viaggiare attraverso la vallata, e così vi si possono trovare numerose guest house, piccoli negozietti stipati con ogni genere di merce, ATM, due meccanici, un bellissimo monastero e pure un negozio di articoli sportivi che ha deciso di attaccare una finta insegna Decathlon sopra l’ingresso. Ma sopratutto a Kaza c’è una pompa di benzina, la prima che si incontra aver fatto il pieno a Manali ed essersi addentrati nella Spiti Valley e quindi punto di rifornimento per ogni veicolo che si trova su queste strade.

 

Il problema è che non sempre qua c’è benzina, perché può capitare che la strada che porta a Kaza chiuda e così i camion cisterna non riescano ad arrivare, o più semplicemente che il numero di veicoli che si fermano per il rifornimento è così elevato che la benzina finisce presto e bisogna così aspettare uno o due giorni prima che ne arrivi dell’altra. Per non rischiare, appena arrivato a Kaza decido di fermarmi al distributore per fare il pieno e, fortunatamente, nonostante debba aspettare in coda tra moto e jeep per quasi un’ora, riesco a rabboccare il serbatoio e riempire le due taniche con altri dieci litri di benzina. A dirla tutta l’operazione avrebbe potuto anche essere molto più veloce, se non fosse che un signore sulla cinquantina in camicia aperta e anelli dorati alle dita non avesse iniziato a discutere con il gestore sostenendo che il conteggio dei litri che appariva sulla pompa non corrispondeva alla realtà e accusando praticamente il benzinaio di rubare soldi. Apriti cielo. Discussioni, voce alta e finalmente dopo un buon quarto d’ora la prova della precisione della pompa fatta riempiendo un contenitore graduato da due litri. Alla fine il tutto si risolve con la certezza che la pompa corretta, le scuse da parte dell’uomo e una coda di una sessantina di metri di mezzi in attesa di rifornimento.

Chiedo al benzinaio indicazioni per raggiungere un meccanico e mi suggerisce un officina vicino al centro della città. Il pedale del freno è ancora completamente storto dopo la botta di ieri e voglio raddrizzarlo, un po’ perché guidare così è davvero scomodo e un po’ perché ho paura che se torno a Manali con la moto in questo stato il noleggio mi costringa a pagare una penale spropositata. Il meccanico è un piccolo signore dall’età indefinibile sorridente e gentile. L’officina in realtà è un cortile all’aperto e il banco di lavoro è un cartone messo per terra, ma il numero di moto parcheggiate intorno all’ombrellone centrale che fa da “ufficio” danno l’impressione che il posto sia valido. Spiego il problema all’uomo che mi dice che ha bisogno di tempo e mi invita a lasciargli la moto e tornare tra un paio d’ore. Mi ripresento così intorno alle cinque del pomeriggio, dopo aver fatto un boccone ed aver trovato una guesthouse in cui passare la notte. Quando vedo la moto mi si toglie un peso dallo stomaco. La Enfield sembra nuova. Il pedale del freno è tornato a posto e la bacchetta in ferro che arriva al tamburo posteriore è tornata dritta. In più l’uomo ha pulito il filtro dell’aria e rabboccato l’olio motore. Totale 200 rupie: 3,5 euro. Gli stringo la mano lo ringrazio di cuore.

Ho ancora qualche ora di luce prima del tramonto e così decido di ripartire in moto e visitare il piccolo monastero di Key, a una decina di chilometri a nord della città di Kaza. Key è un posto incredibile, un monastero di più di mille anni costruito a 4100 metri appollaiato su una roccia che sovrasta l’omonimo villaggio. Ci resto per più di un’ora e poi continuo oltre sul versante della montagna verso gli sperduti villaggi di Chichim e Kibber. Sulla via del ritorno mi fermo lungo uno dei tornanti sula via che riporta verso Kaza e mi siedo su un cordolo a bordo strada. Ho di fronte a me uno dei paesaggi più belli che abbia mai visto in vita. Sopra, poco più in alto, gli assurdi edifici del monastero che sembrano letteralmente uscire dalla roccia e di fronte una vallata immensa circondata ma montagne che salgono oltre i seimila metri. Il tutto avvolto nella magica atmosfera del tramonto.

 

Ma in tutto questo c’è qualcosa di più. Non è solo l’immagine del paesaggio che ho davanti a stupirmi, ma è anche, forse più di tutto, la consapevolezza di essere qua, da solo, del cuore dell’Himalaya, a migliaia di chilometri da casa. Il solo pensiero mi lascia sbalordito.

Ho la sensazione di vivere in un sogno. Cosa ci faccio qua?! Come ci sono arrivato?! Mi viene da ridere. E’ uno dei pochi momenti in cui mi capita di pensare razionalmente che non ho più nulla, che lasciato tutto per seguire un sogno fragile e sottile come le creste delle montagne che abbracciano la vallata, e non ho la minima idea di cosa mi riserverà il futuro.

Ma non faccio a tempo a disperarmi. Mi basta chiudere gli occhi, respirare a pieni polmoni, e poi riaprirli fino a perdermi in quello che ho intorno, per rendermi conto che sono nel posto migliore in cui potrei immaginare di essere. Mi sento un privilegiato. Sto vivendo uno di quei rari momenti in cui ogni vorrei sparisce, perché davvero non mi è possibile poter pensare di volere nulla di più di quello che ho di fronte. E tutto questo basta per scacciare qualsiasi paura del domani, qualsiasi dubbio e incertezza. Sto vivendo una parentesi di vita che mi sono costruito e che sono anche pronto a chiudere quando arriverà il momento di farlo, consapevole però che ogni attimo mi rimarrà scolpito dentro per il resto dei miei giorni.

E allora ne sarà valsa la pena, qualsiasi cosa succederà, perché giuro che immerso nel silenzio, con il vento dell’Himalaya in faccia e il sole che poco alla volta si nascondeva ad est dietro le cime lungo la valle di Spiti, mi sono reso conto forse come non mai prima d’ora che la vita è davvero stupenda.

Da Kaza a Nako. Però per due volte.
In sella ad una Enfield nella Spiti Valley

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