E’ arrivato il giorno della Spiti Valley. Punto la sveglia prestissimo, forse fin troppo presto, poco prima delle cinque. Mi sveglio che c’è ancora buio. Voglio sfruttare le prime ore del mattino per superare i 3950 metri del Rotang Pass prima della possibile pioggia che puntualmente arriva da tre giorni a metà mattinata e sono sicuro che a sistemare zaino e bagagli sul portapacchi della Enfield ci impiegherò più del previsto. Ma più di ogni altra cosa la verità è che non vedo l’ora di partire.

Avvolgo lo zaino in un telo di plastica per proteggerlo e lo fisso per lungo tra il sedile del passeggero e il portapacchi. Mi rendo conto subito che ho preso troppa poca corda. Ho solo tre metri di grossa fettuccia per bloccare lo zaino e così devo avvolgere il resto del materiale sui lati del portapacchi con con una decina di metri di cordino giallo che avevo preso per emergenza. Lo zaino avvolto nel cellophane e stretto con il cordino ricorda un grosso insaccato, e anche se alla vista il tutto pare fissato un po’ alla caxxo, in realtà niente sembra muoversi.

Ci siamo. Tiro l’aria e accendo la Enfield con un colpo di pedale, come mi ha consigliato di fare il meccanico per la prima accensione alla mattina. Il motore inizia a scoppiettare bello pieno. Lo lascio girare per un paio di minuti per farlo scaldare e poi chiudo l’aria e butto la prima. Si parte! Inizio la ripida discesa fino alla parte bassa di Manali e nonostante le buche il bagaglio sembra essere stabile. Mi fermo prima di immettermi sulla strada principale per un ultimo controllo e mi rendo conto che  nella discesa ho perso le 3 bottiglie d’acqua che avevo incastrato in qualche modo tra la corda gialla, ma a parte quello tutto il resto è ben fissato e così posso partire.

La strada lascia Manali verso Nord alla volta della Spiti Valley con un leggero falso piano in salita di una decina di chilometri. Il meteo sembra essere meglio dei giorni scorsi e appena lasciato il paese il cielo sgombro dalle grosse nuvole grigie lascia vedere sullo sfondo le prime cime hymalaiane.

 

La strada svolta poi a destra e inizia a salire piano piano lungo infiniti tornanti verso il Rotang Pass. A bordo strada ci sono decine di piccoli negozietti che espongono all’esterno tute da sci intere che sembrano uscite da un Vacanze di Natale degli anni 80, che vengono noleggiate ai turisti indiani che salgono al passo. La neve in India la si può trovare solo nell’estremo nord del paese e cosi molti turisti che trascorrono le vacanze a Manali decidono di salire al passo per poterla toccare con mano. E anche se in realtà la temperatura in questo periodo è abbondantemente sopra i 15 gradi, non è raro vedere turisti salire completamente imbacuccati con un abbondante strato di crema solare in viso.

La strada verso il passo sale inizialmente attraverso un bosco che si fa sempre meno fitto man mano aumenta l’altitudine e nel tratto finale, quando ormai si superano i 3500 metri, la vegetazione diminuisce  lasciando spazio all’erba e alla roccia. Nonostante sia quasi tutta asfaltata la strada è piuttosto pericolosa. Non ci sono guardrail e spesso ci si trova ad avere qualche decina di metri di burrone a bordo della carreggiata. In moto in realtà non ci si rende bene conto e si sale piuttosto tranquilli, ma quando si incrociano i colorati camion indiani che affrontano i tornanti a passo d’uomo un po’ d’ansia viene.

Sulla cima del passo c’è davvero parecchia gente. Molti turisti salgono, si fermano un po’ per passeggiare scattano qualche fotografia, e poi ridiscendono a Manali. Sulla sinistra della carreggiata sale un pendio erboso su cui è rimasta qualche piccola lingua di neve che decine di indiani usano come pista per slittini e bob. Parlo con un gruppo di ragazzi che come sempre capita mi chiedono un selfie insieme; sono di Bombay e mi dicono che è la prima volta che vedono la neve. Mi fermo per qualche fotografia e riparto verso la lunga discesa sull’altro versante.

In realtà sul Rotang Pass ho rischiato di finire in largo anticipo la mia esperienza in moto, dato che camminando sui prati intorno al passo non so come perdo le chiavi della Enfield che avevo in tasca. Me ne accorgo quando sto per ripartire ed è panico. Inizio a ripercorrere tutto il tragitto che ho fatto a piedi, alternando bestemmie e preghiere per più di un’ora. Penso a come fare e sopratutto alla figura di merda che farei a chiamare il tizio dell’officina e a farmi venire a prendere perché ho perso le chiavi della moto. Per non parlare poi dei soldi che dovrei rimetterci e chissà quali altri problemi. Invece la fortuna è dalla mia parte e non so come, dopo più di un’ora di ricerca, mi cade l’occhio sul portachiavi in cuoio marrone per terra in mezzo all’erba. Non voglio pensare al perché e al per come le ho trovate. Una botta di culo incredibile, che se ci ripenso ancor oggi non riesco a spiegarmi. Bacio le chiavi e riparto.

La strada che scende lungo il versante nord del Rotang Pass è asfaltata solo per qualche chilometro, dopodichè diventa una carreggia sterrata che peggiora man mano si scende. Tra la polvere alzata dai camion che  mi precedono, le soste per far passare quelli che invece stanno salendo al passo e centinaia di buche e sassi la discesa è veramente pesante. Non supero quasi mai i venti all’ora pregando di non forare, ma resto stupito di come la Enfield assorba buche e asperità senza problemi. A metà discesa però sono costretto a fermarmi e a ripensare il fissaggio del bagaglio, dato che all’ennesima buca c’è mancato poco a perdere lo zaino per strada. Rilego il tutto e riparto,  e questa volta il bagaglio sembra davvero immobile.

Poco prima della fine del passo, dalla strada principale si stacca una strada che prosegue verso destra e punta dritto verso una sterminata vallata verde. Il cartello con una freccia in prossimità dello svincolo indica Kaza 154km, è l’inizio della lunghissima Spiti Valley. Penso sia uno scherzo. Stando alla mappa che ho sullo smartphone dovrei imboccare la Highway 505, ma quella che ho davanti più che una Highway è una mulattiera, che a confronto la strada sterrata che ho appena percorso è un lusso. Fermo un’auto che sta scendendo dal passo, e mi informo. L’uomo al volante della jeep turistica mi conferma che quella è proprio la Highway 505, e che quella che ho davanti è la Spiti Valley. Ma mi raccomanda anche di stare attento perché “The Road is very bad“.

Grazie, non avevo notato. “Worst than this?!” , gli chiedo indicando i primi metri di strada che si vedono dallo svincolo.

“Yes. Very Bad. Many River and Stones”.

No scusa!? “Is it possible to go with an Enfield?“.

E con la tipica espressione indiana che da una parte sembra voler rassicurare che non ci sono problemi problemi  e dall’altra da l’impressione che chi si ha di fronte in realtà non sappia proprio bene quello che sta per dire mi risponde  “Yeah, why not. Be carefull”. Sperem!

Parto. La strada è veramente pessima. Supero un primo fiume in discesa che scende lungo la carreggiata e poi subito dopo un’altro che la attraversa. Entro nell’acqua fino alle ginocchia e per uscirne devo mettere i piedi a terra e continuare con frizione e acceleratore. Mi sembra di essere tornato indietro agli anni delle gare d’Enduro. Solo che allora guidavo KTM, ora una Enfield grossa e pesante che sembra un trattore, ma che in realtà non perde un colpo e proprio come un trattore non si ferma davanti a niente.

Dopo l’acqua sassi, sterrato  e buche giganti. E così per una cinquantina di chilometri che percorro in quasi tre ore. La strada non è molto battuta ma di tanto in tanto incrocio altre moto che viaggiano in senso opposto, jeep turistiche e auto normali che non so come riescono ad andare avanti lungo la Spiti Valley. Ad un certo punto incrocio una Suzuki Swift ferma in mezzo all’acqua con i passeggeri intenti a spingere. L’autista accelera fino a che le ruote che inizialmente girano a vuoto sui sassi fanno presa e lo portano al di la dal fiume. Alla fine tutti risalgono in auto e sorridendo mi fanno segno di vittoria. Se quella fosse stata la mia auto mi sarebbero venuti tre infarti.

A tutto questo casino di strada si oppone il paesaggio incredibile della Spiti Valley. Mi fermo ogni 300 metri per scattare qualche foto e guardarmi intorno. Credevo che dopo il Nepal non avrei potuto chiedere di più dalla montagna, e invece mi ritrovo immerso in un paesaggio da pelle d’oca, con un cielo azzurro intenso che fa da sfondo al verde e al grigio delle montagne. La Spiti Valley è un posto assurdo. Se il panorama fosse stato diverso probabilmente dopo i primi guadi avrei pensato di tornare indietro, dato che la strada è veramente pessima, ma così sono quasi risucchiato verso il cuore della vallata. Razionalmente vorrei che Kaza non fosse così lontana, perché anche se ogni tanto lungo la strada incontro altri mezzi, per la maggior parte del tempo sono solo e il posto è oggettivamente pericoloso. Ma poi col cuore vorrei che la Spiti Valey non finisse mai. Ormai mi sono abituato al continuo sobbalzare per buche e sassi, ai guadi, alla velocità da lumaca e al rombo scoppiettante della Enfield che ormai è diventato una piacevole musica di sottofondo. Sono in estasi, completamente assorbito da quello che ho intorno. Era dal tempo dei trekking in Nepal che non mi capitava.

Un grosso sasso colpisce il pedale del freno posteriore della Enfield. Resto a stare in equilibrio evitando di cadere perché fortunatamente sto andando poco più che a passo d’uomo, ma il pedale e completamente storto, quasi quasi perpendicolare alla moto. Mi fermo. Fortunatamente il freno sembra funzionare ancora e non sembrano esserci grossi danni oltre alla stortatura. Purtroppo però frenare in questo è difficilissimo e così dopo aver svolto il pedale con uno straccio che avevo per emergenza provo a martellarlo con un sasso per raddrizzarlo. Naturalmente non riesco a sistemarlo completamente ma almeno così in qualche modo riesco a frenare. Tra strade sterrate, chiavi perse, botta al pedale e fiumi il viaggio mi ha distrutto. L’idea era di arrivare a Kaza oggi ma quando mi fermo in una piccola area attrezzata con tende per fare un boccone mi rendo conto che sono le due passate e mi mancano ancora esattamente 112km. Non sono nemmeno a metà della Spiti Valley. Nello stesso posto trovo fermo un signore indiano che viaggia in senso opposto al mio con la moglie. Gli chiedo informazioni sulla strada li in poi e mi dice che sarà così ancora per una trentina di chilometri e che poi migliorerà piano piano. Mi consiglia però di fermarmi per oggi. Nel pomeriggio infatti il livello dell’acqua dei ruscelli si alza, e dato che ho ancora alcuni grossi guadi davanti è meglio affrontarli la mattina presto, quando per le gelate notturne il livello dell’acqua è più basso.

Mi fermo. Non che il posto mi dispiaccia. Sono in una vallata incredibile in mezzo al nulla. La Spiti Valley sembra essere fuori dal mondo. Niente telefoni, elettricità, acqua corrente. Niente di niente. Trovo posto in una tenda e passo il pomeriggio passeggiando nei dintorni dell’accampamento. Più mi guardo intorno più resto a bocca aperta. Penso davvero di essere in uno dei posti più belli mai visti, sensazione che nei giorni a venie riproverò per decine di volte. La ospiti Valley è davvero pazzesca.

Inutile raccontare la stellata che appare la sera, utilizzare i soliti aggettivi e forse risulterei banale. Immaginate la miglior stellata che potete immaginare e vi garantisco che non sarà tanto distante dal cielo notturno nel cuore della Spiti Valley.

Domani voglio arrivare a Kaza, l’unica vera cittadina della Spiti Valley. Ci vorranno circa sei ore di strada, e una volta la dovrei anche trovare un meccanico che mi sistemi definitivamente la moto. Il programma iniziale era quello di arrivare a Kaza e tornare indietro dallo stesso percorso, ma date le condizioni della strada sto pensando di procedere oltre la città verso sud ovest e tornare a Manali attraverso un lungo anello. I chilometri sono il doppio, ma a detta della coppia indiana che ho incontrato le strade sono molto meglio. Vedrò. Vorrei continuare a viaggiare attraverso paesaggi simili per sempre.

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