Manali è una piccola città dell’Himachal Pradesh, stato a Nord ovest dell’india che confina a Nord con il Kashmir  e ad est con il Tibet.

Manali in realtà è un piccolo paese di poco più di 8000 abitanti, ma la sua posizione strategica nel cuore di una una bellissima vallata ai piedi del Rothang Pass, e il fatto che sia l’ultimo grosso centro abitato prima delle remote valli del nord dell’Himachal Pradesh e del Ladakh hanno fatto si che negli anni il paese si sia trasformato in una vera e propria cittadina, con decine e decine di alberghi, negozi di ogni genere, banche e ristoranti. Sono migliaia i turisti che ogni anno trascorrono qui un periodo di vacanza nei mesi estivi o in quelli invernali, quando in alcune vallate vicine a Manali è anche possibile sciare.

La stazione dei pullman è nel cuore della New Manali, ovvero la parte bassa della città, ma mi accorgo subito che se voglio trovare una sistemazione economica non è li che devo cercare.

 

Manali è praticamente divisa in due. La parte bassa, la New Manali, è meta di soggiorno preferita dai turisti indiani di classe sociale medio alta, e con alberghi moderni e ristoranti ricorda tanto le grosse città di montagna europee come Cortina o Chamonix.

Io invece continuo per un paio di chilometri in salita fino a raggiungere la Old Manali, un mix di stradine strette che si diramano da una ripida via centrale che sale fino a trasformarsi in un sentiero sterrato e continuare poi nel bosco. Qui si concentrano i turisti stranieri insieme ai backpackers indiani e si respira una strana atmosfera hippie. Le viuzze sono zeppe di negozi con vetrine piene bong, cilum e pipe di ogni genere, gioielli e abbigliamento dai colori psichedelici e da linee che sembra uscito da un film degli anni ’60. Non mancano poi bar, ristoranti che servono cibi occidentali e agenzie turistiche che propongono pacchetti viaggio di ogni tipo. Stupisce la quantità di turisti israeliani per le vie. Forse sette o otto stranieri su dieci che incontro vengono da Israele, e addirittura fuori da negozi e ristoranti si leggono menù e pubblicità scritte in alfabeto israeliano. Mi informo parlando con alcuni di loro e scopro che è usanza dei giovani israeliani partire per un lungo viaggio in Asia o in Sudamerica al termine dei tre anni (due per le donne) di servizio militare obbligatorio che devono affrontare finita la scuola superiore e il nord dell’India è una tra le mete preferite per rilassarsi dopo il rigidissimo periodo di leva.

Old Manali

Dopo aver girato un paio di ostelli trovo un letto in camera privata con bagno per 400 rupie, meno di quanto mi era stato chiesto per un letto in dormitorio, anche se effettivamente Manali sfrutta il grande afflusso di turisti ed i prezzi sono mediamente più alti che ne resto dell’India. Purtroppo poco dopo l’arrivo a Manali inizia a piovere e continua praticamente per due giorni, con qualche schiarita qua e la. In realtà dopo il caldo delle scorse settimane tornare a sentire il bisogno di coprisi per il freddo è anche un piacere, ma è un peccato che grosse nuvole basse coprano tutta la vallata intorno. Passo due giorni con l’ombrello in mano facendo su e giù tra la parte bassa di Manali e quella più in alto, visitando un paio di templi indu e pianificando gli spostamenti dei giorni successivi. Alla stazione mi confermano che è possibile raggiungere il Ladakh con i mezzi pubblici in due giorni di viaggio per circa 800 rupie, nulla rispetto alle 2000 o 3000 che chiedono le agenzie per i loro mezzi privati.

La stazione di Manali

Camminando su e giù tra la Old Manali la New Manali più in basso, si passa davanti ad almeno sei officine con la grossa scritta Bike On Hire. Inizialmente non ci faccio caso, poi la sera decido di informarmi su internet e scopro che l’Himachal Pradesh è, insieme al Ladakh, un vero e proprio paradiso per i biker, con strade spettacolari che si snodano tra vallate incredibili e passi di montagna oltre i 4000 metri.

Mi si accende la lampadina. Perché non informarmi e provare ad organizzare un bel giro prima di proseguire nel Ladakh? La patente ce l’ho, il tempo non mi manca e quando mai mi ricapiterà di poter girare in moto per l’Himalaya?!  Così la mattina dopo comincio a far passare tutte le officine per chiedere informazioni. Le moto che tutti noleggiano sono Royal Enfield, lo storico marchio inglese nato alla fine dell’800 che negli anni novanta vicino al fallimento è stato acquistato da una società indiana che tutt’oggi produce le moto nel paese. In realtà mi sono accorto fin da Varanasi che la Royal Enfield qui non è una moto, ma è La moto. Su dieci motocicli che si incrociano per strada almeno 7 o 8 sono Enfield, tutte simili tra loro, dato che il marchio produce da anni solo tre modelli che hanno mantenuto nel tempo la stessa identica linea,  equipaggiati con motori raffreddati ad aria da 350cc o 500cc.

Inizio a informarmi e i prezzi per il noleggio si aggirano dalle 1000 alle 1500 rupie per un motore da 500cc, mentre si può risparmiare qualcosa noleggiando una 350cc. Non ho ancora un piano preciso, ma dato che ovunque deciderò di andare sarò da solo preferisco orientarmi sulla cilindrata maggiore che in teoria dovrebbe essere anche un filo più affidabile.

Alla fine trovo un compromesso tra l’officina che mi sembra più seria e quella che mi fa il prezzo migliore e riesco a strappare una Enfield Classic 500 del 2013 compresa di un grosso portapacchi per 1200 rupie al giorno, circa 18 euro. Sono assolutamente fuori budget , ma decido di fare uno strappo alla regola e su consiglio del ragazzo dell’officina decido di noleggiarla per quattro giorni in modo da poter andare e tornare dalla città di Kaza, nel cuore della Valle di Spiti. Percorrerò dapprima la strada che da Manali sale fino ai 3978 metri del Rothang Pass, una cinquantina di chilometri più a nord, e poi continuerò sulla Higway 505 che attraversa  per più di 150km la Valle di Spiti, nell’Himal Pradesh orientale a pochi chilometri dal confine tibetano. Mi dice che la strada è stata riaperta da poco dopo la chusura invernale e che probabilmente sarà in pessime condizioni, ma che in teoria la vallata è protetta dal monsone e che il tempo dovrebbe essere bello, a differenza di quanto è stato questi giorni a Manali. Faccio una ricerca su Google e in un attimo mi convinco. Pasta inserire la parola Spiti Valley per trovare un’infinità di immagini incredibili. Il posto sembra pazzesco!

E’giovedì pomeriggio e mi accordo per ritirare la Enfield domani in serata e partire poi il sabato mattina. Mi raccomando di sistemarla per bene perché viaggiando da solo in mezzo a una valle sperduta tra l’altro senza copertura telefonica l’ultima cosa che voglio è essere lasciato a piedi. Mi dice di stare tranquillo, che la Enfield è so strong, e non ho nulla di preoccuparmi.  Mi fido, ma mi faccio garantire anche che in caso di guasto verranno a recuperarmi.

Il ragazzo dell’officina mi avvisa poi che per superare il Rotang Pass devo fare un permesso speciale, dato che il numero di veicoli autorizzati a salire ogni giorno è limitato. Mi indica anche l’ufficio in cui ottenerlo ma, una volta la, vengo rimbalzato ad un altro ufficio che a sua volta mi dice che il permesso va fatto semplicemente online compilando un modulo e pagando con carta di credito le 50 rupie (circa 70 centesimi) di tassa. In cinque minuti tramite smartphone faccio tutto e stampo la ricevuta nel vicino internet cafe. A volte, raramente in realtà, l’India è  molto più semplice di quanto possa sembrare.

La moto c’è, il permesso pure, ma mi manca ancora tutto l’equipaggiamento necessario per il viaggio e così il venerdì mattina giro per i piccoli negozi del vecchio mercato di Manali e mi procuro dei teli in plastica per coprire lo zaino, qualche metro di corda per fissarlo e un paio di stivali in gomma da usare in caso di pioggia. Compro anche due taniche da 5 litri per la benzina, dato che da Manali a Kaza ci sono più di 250km di strada senza un distributore e nonostante la Enfield sulla carta faccia quasi i 30km al litro è meglio non rischiare. Infine, per poco meno di nove euro mi compro ad una bancarella una giacca in finta pelle marrone con l’interno in pile che dovrebbe proteggermi dal freddo dei passi a 4000 metri che mi aspettano. Italian Leather dice l’etichetta. A dirla tutta design non è proprio il massimo, ma per quella cifra l’alternativa era una giacca color senape che sembrava uscita da qualche film anni 80, quindi va benissimo così. Ho tutto. Anzi no, perché ho letto che in caso di guasti alla moto ci possono volere fino a tre giorni per essere recuperati, quindi faccio scorta di Oreo e Coca Cola da tenere come riserva calorica d’emergenza. Così, se per sfiga la moto si dovesse fermare davvero, oltre la beffa rischierò anche il diabete.

Sono pronto. Alla sera alle sette mi presento in officina per ritirare la moto gasato come poche altre volte.

La bestia è li parcheggiata fuori dall’officina. E’ grossa, imponente, con un vistoso paramotore anteriore cromato e l’aria di chi non ha paura di niente. Salgo, la accendo. Il rombo del motore è piacevole, bello pieno, e se gli dai di gas inizia a scoppiettare. Una goduria. L’occhio mi cade sulla spia dell’olio accesa ma il meccanico mi dice di non preoccuparmi che è solo un contatto elettrico con qualche problema. Speriamo.

Guido per qualche chilometro fino al distributore e con il serbatoio pieno e dieci litri extra di benzina torno alla guesthouse per sistemare i bagagli. Viaggiare in moto sull’Himalaya. Chi l’avrebbe mai detto?! Non vedo l’ora di partire1

In sella ad una Enfield nella Spiti Valley

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