Superato il grosso arco con le bandiere nepalesi cammino per una cinquantina di metri prima di arrivare ad un secondo arco che segna l’ingresso in India. Mi fermo al punto di controllo proprio sotto la parte sinistra della struttura dove mi viene chiesto di aprire lo zaino. Lascio il passaporto al poliziotto che mi chiede da dove vengo, e appena gli rispondo di essere italiano decide di lasciarmi andare senza ispezioni. In un attimo così attraverso l’arco e sono in India!

L’ufficio immigrazione è poco più avanti e ci arrivo insieme ad un ragazzo di Taiwan, anche lui proveniente dal Nepal e diretto a Varanasi. Arriviamo nella piccola stanza per far timbrare i passaporti ma l’ufficiale ci invita a sederci e ad aspettare perché al momento ci sono problemi con la linea telefonica e internet. All’esterno ci saranno piò o meno quaranta gradi, mentre all’interno, con l’aria condizionata sparata al massimo, e due ventilatori puntati sulla scrivania, meno di venti. Rimaniamo in attesa una buona mezz’ora buona prima di riuscire ad avere il timbro sul passaporto.

Con i documenti in regola mi ritrovo così a camminare sulla strada centrale di Sonauli, ancora in dubbio su come raggiungere Varanasi.  Il ragazzo di Taiwan ci arriverà in Bus, ma mi informo e scopro che il treno è molto più economico, e così mi decido per quello. Tra l’altro in questo momento sono anche senza contanti, dato che in Nepal non è possibile cambiare rupie indiane e a Sonalu non c’è nessun Atm. Mi informo. Un ragazzo del posto mi dice che nella città di Nautanwa, una decina di chilometri più a sud, c’è la stazione dei treni da cui potrò raggiungere Varanasi, e inoltre potrò trovare diversi ATM. Perfetto!

Convinco l’autista di un tuc tuc di accettare le mie ultime 100 rupie nepalesi per farmi portare fino a Nuntanwa, e alla fine, incastrato nel bagagliaio del mezzo che ospita ad occhio croce il doppio delle persone che potrebbe ospitare, partiamo verso la cittadina.

Sono le nove del mattino quando mi metto alla ricerca di un ATM da cui prelevare soldi indiani, ma mi informo e mi dicono che fino alle dieci non apriranno. Mi siedo all’ombra vicino alla stazione dei treni e aspetto. Fa veramente caldissimo, sono sudato fradicio. La gente mi guarda, probabilmente fa strano vedere un bianco, ma tutti mi sorridono e io ricambio sorridendo con un Namaste. Mi avvicina un uomo in turbante e tunica arancione che credo sia una qualche figura mistico-religiosa di qualche tipo e mi chiede se voglio dell’erba. Lo ringrazio ma gli dico che no, non fumo, e così mi dice ancora qualcosa in indiano e poi se ne va. Incontro anche un ragazzo indiano che era sul pullman da Kathmandu con me questa notte e scambio qualche parola con lui. E’ diretto a Bombay e sta aspettando il treno per Gorakhpur, una città a qualche centinaio di chilometri più a sud dove farà scalo per poi arrivare a destinazione. Parliamo. Mi racconta della sua vita e io gli racconto della mia. Ha 25 anni, è fidanzato e tra qualche mese si sposa. Ha raggiunto Kathmandu un paio di giorni fa con il programma di restarci per qualche giorno, ma la prima sera per una serie di spiacevoli coincidenze ha subito un furto di soldi e cellulare che lo ha costretto ad anticipare il rientro.  Parlando scopre che non ho contanti con me e così insiste per offrirmi da bere. Provo a rifiutare ma insite, sostenendo che in questo momento sono in India e sono suo ospite.

Alle dieci torniamo insieme alla banca ma è ancora chiusa. Il ragazzo indiano si informa con la gente del posto e purtroppo scopriamo che gli ATM non apriranno, dato che oggi è domenica ed è il giorno di chiusura. Fantastico.

Sono senza soldi e ho poche alternative. Dall’inizio del viaggio tengo con me un centinaio di dollari nascosti insieme al passaporto da usare in caso di emergenza. Sono in India, solo, senza soldi e senza una scheda telefonica. Direi che questa è un’emergenza, e così decido che l’unica cosa da fare è incamminarmi verso nord nella zona del confine nepalese per provare a cambiarli in rupie indiane. Sono circa dieci chilometri di cammino sotto il sole ma alla fine è l’unica soluzione possibile. Il ragazzo tuttavia mi ferma e si offre di pagarmi il biglietto per arrivare a Varanasi, dove troverò sicuramente numerosi ATM aperti. Ancora una volta provo a rifiutare ma ancora una volta insiste talmente tanto che non posso che accettare. In realtà l’idea di tornare indietro mi uccideva, così non posso fare altro che ringraziarlo e accettare le 105 rupie indiane per il biglietto.

Alle 11.15 siamo sul treno e ci aspettano otto ore di viaggio fino a Varanasi. Lui scenderà prima, a Gorakhpur, per la coincidenza fino a Mumbai, mentre io continuerò ancora per un bel po’ fino alla mia destinazione.

Ho sentito storie di ogni genere sui treni indiani, specialmente riguardo la sleeper class, la classe “popolare”, e finalmente posso toccare con mano questa realtà. Abbiamo acquistato un biglietto all’ultimo minuto e così non abbiamo un posto assegnato. Inizialmente il treno è vuoto e questo non è un grosso problema. Troviamo un posto libero e occupiamo le due cuccette in alto, vicine ai grossi ventilatori che rinfrescano lo scomparto, dato che in sleeper class l’aria condizionata non c’è. Nonostante le grosse ventole comunque fa davvero caldo, e la finta pelle blu che ricopre la cuccetta su cui sono praticamente appiccicato amplifica la sensazione!

Finalmente il treno parte e così a velocità mai troppo elevata incominciamo a muoverci verso sud. In pochi minuti mi addormento, svegliandomi di tanto in tanto alle fermate successive, quando diverse persone salgono e scendono. Arrivati a Gorakhpur il ragazzo che mi ha accompagnato scende. Ci scambiamo il contatto di Facebook e ci salutiamo calorosamente. Lo ringrazio davvero di cuore per quello che ha fatto. Ero un completo estraneo e mi ha pagato un biglietto solo perché ospite nella sua nazione. Incredibile.

In questa fermata, la più grossa lungo il percorso del treno, il vagone si riempie. Un ragazzo indiano mi sveglia facendomi spostare, perché ha un biglietto con posti assegnati e la mia cuccetta è in realtà la sua. Perfetto. Mi sposto così alla ricerca di un altro posto e fortunatamente lo trovo pochi scomparti più avanti. Sempre su una cuccetta, sempre in alto. Adesso il treno è pieno zeppo, c’è gente nei corridoi, sui sedili e sulle cuccette. Alcuni dormono, altri parlano, altri ancora mangiano del cibo che hanno preparato apposta per il viaggio e che tengono avvolto in stagnola. Fa ancora più caldo di prima. Alcuni passeggeri improvvisano ventagli con giornali, altri cercano il fresco avvicinandosi ai finestrini o allungando le mani verso i ventilatori. Di tanto in tanto passano venditori ambulanti con acqua e bibite fresche. Ho una sete pazzesca ma non ho soldi, quindi me la tengo. Dalle quattro in poi finalmente il sole si abbassa e la temperatura, seppur ancora alta, torna sopportabile.

 

Anche qui la presenza di un bianco non passa inosservata. Mi guardano in molti e un paio di persone mi chiedono una foto con loro. Addirittura un ragazzo sdraiato su una cuccetta a fianco della mia inizia a parlarmi e a farmi domande filmandomi con il cellulare. Fa ridere questa cosa, ma alla fine son tutti super gentili ed è piuttosto divertente.

Poco dopo le sette finalmente arriviamo a Varanasi. Mi butto tra la folla e tra una calca incredibile raggiungo l’uscita della stazione. Eccomi!

“Dove cazzo sono finito?!” è prima cosa che penso appena uscito dalla stazione di Varanasi. Ho davanti a me una delle più complete rappresentazioni del caos che mi siano mai capitate di vedere. Migliaia di auto e moto corrono lungo a strada senza logica con un rumore continuo di clacson in sottofondo. Il traffico alza una polvere sottile che somiglia a una leggera nebbia autunnale, ma la temperatura percepita credo sia di circa cinquanta gradi. E’ un forno! C’è gente ovunque. Giovani e anziani, business man e straccioni. Gruppi di donne anziane in sgargianti abiti tradizionali sono sedute a bordo strada, tra carretti in legno che vendono snack e frutta, tuc tuc in attesa di clienti e mendicanti mezzi nudi si sbracciano per chiedere qualche moneta. Ci sono alcune grosse mucche che cercano cibo tra la spazzatura, mentre cani di ogni taglia passeggiano senza meta. I colori che mi circondano sono più intensi del solito, sembrano pulsare. E’ una sensazione stranissima. Il sole nel frattempo sta tramontando ed il cielo arancio sullo sfondo amplifica ancora di più l’assurdità di tutto quello che ho davanti.

Mi fermo, riprendo fiato, e in un attimo lo stordimento iniziale sparisce e lascia spazio alla voglia di buttarsi nel caos, di viverlo in prima persona. Eccomi India, sono pronto!

Trovo un ATM e con qualche rupia in tasca diventa tutto più semplice. Trovo un tuc tuc che mi porta fino all’ostello che ho prenotato online nei giorni scorsi, nella parte sud di Varanasi. Il viaggio di una ventina di minuti è spettacolare e il caos che mi ha accolto si amplifica man mano che percorriamo le strade del centro. Quando tutto sembra essersi calmato, e siamo ormai vicini all’ostello, ecco il colpo di scena. Ci attraversa la strada un corteo matrimoniale con musiche, canti, balli e fuochi d’artificio. Non ho ancora visto l’India, ma la sensazione è quella che nelle prossime settimane non mi lascerà un solo momento di tranquillità

Finalmente intorno alle otto e mezza arrivo a destinazione. Mi faccio una doccia veloce e mi butto a letto.

Buonanotte India. E che accoglienza!

Da Varanasi a Allahabad, un assaggio del caos indiano

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