Tornato dall’ultimo trekking tra Langtang ed Helambu ormai è tempo di preparare lo zaino e partire. Inizialmente avevo prorogato il mio visto nepalese fino alla fine del mese di luglio, ma nelle ultime settimane mi sono reso conto che per il trekking il monsone è un po’ più fastidioso di quanto immaginassi. La stagione delle piogge vera e propria non sono è iniziata, ma il cielo azzurro di marzo è ormai un ricordo e per più di metà degli ultimi dieci giorni di trekking ho camminato tra nebbia e nuvole basse. Ho deciso di lasciare in anticipo il paese e tornare qua ad ottobre, in assoluto la stagione migliore per il trekking, dato che partendo prima dell’attuale scadenza del visto ho la possibilità di fermarmi qua per ancora più di un mese.

 

La libertà di poter scegliere in quale parte di mondo spostarsi è qualcosa di unico e lo sto scoprendo giorno dopo giorno. Individuare un posto sulla mappa e pensare a come raggiungerlo spendendo il meno possibile,  immaginarsi quello che potrà succedere lungo la strada e quello che poi troverò una volta arrivato. Sono sensazioni nuove per me e devo ammettere che non è facile decidere. Ogni viaggiatore che ho incontrato negli ultimi mesi mi ha dato spunti e idee diverse. A volte si ha la sensazione di voler andare ovunque, ma alla fine ci si rende conto che spostarsi troppo velocemente con la smania di visitare più posti possibili non è la soluzione migliore e spesso nemmeno la più economica. Alla fine ho fatto la scelta più naturale e ho deciso di continuare il viaggio da dove l’ho iniziato, in montagna. Ho scelto l’altra faccia dell’Himalaya, il Ladakh, nell’estremo nord ovest dell’India. Mi hanno parlato di paesaggi da favola e gente stupenda, e credo valga la pena di andare a toccare con mano. Ho deciso così di lasciare il Nepal in direzione Varanasi, una tra le città più pazze al mondo, che voglio assolutamente vedere, e da li poi di salire verso Nord seguendo un percorso che deciderò giorno dopo giorno.

Carlos, un signore colombiano che ho incontrato in ostello, arrivato in Nepal proprio da Varanasi seguendo un percorso opposto a quello che ho in programma, mi ha consigliato di attraversare la frontiera a Sonali, nella zona centrale del Nepal, e da li di continuare verso sud in treno o in bus. Ho deciso. E’ tempo di partire!

La procedura per ottenere il visto indiano a Kathmandu è un po’ macchinosa ma piuttosto semplice. Nonostante da anni l’India abbia introdotto la possibilità di richiedere il visto online per chi entra nel paese in aereo e ha già un volo di ritorno prenotato, chi vuole entrare via terra deve invece richiedere il visto direttamente all’Indian Visa Services poco lontano dal centro di Thamel. Ci vogliono tre visite al centro per poter ottenere il visto: la prima è per consegnare la richiesta. La seconda, cinque giorni dopo, è per consegnare il passaporto e infine la terza, il giorno successivo, è per ritirarlo con il visto applicato. Si può scegliere di richiedere un visto di tre o sei mesi. Entrambe hanno lo stesso prezzo ma è l’ambasciata che decide se concedere il visto e di quale durata.

Avevo in programma di fare un ultimo brevissimo trekking durante l’attesa per il visto, ma alcuni momo fatti con carne conservata non nel migliore dei modi mi hanno procurato grossi problemi di stomaco, e purtroppo mi hanno costretto a passare a letto gli ultimi giorni nepalesi. Avevo messo in conto che lo street food prima o poi mi avrebbe castigato, e alla fine, pur avendo sempre prestato la massima attenzione, sono stato colpito 🙂

Ma guardo il lato positivo: meglio che sia successo a Kathmandu che in qualche villaggio sperduto dove ho camminato negli ultimi mesi!

Esistono bus turistici che da Kathmandu vanno diretti a Varanasi o Delhi per circa 20/25 dollari, ma anche questa volta scelgo di spostarmi con bus locali. Raggiungo il New Bus Park di Kathmandu il venerdì mattina per chiedere informazioni sui bus diretti a Sonauli, la città indiana sul confine. Il bus notturno, che parte alle sette di sera da Kathmandu e arriva a destinazione la mattina successiva, ha un costo di 730 rupie, e così senza pensarci due volte prenoto un posto. Comprare il biglietto con anticipo tra l’altro permette di poter scegliere il posto in cui sedersi, e su strade che per lunghi tratti somigliano più a piste per motocross questo è fondamentale. Più ci si siede avanti e meno si sentono le buche e si riesce a dormire, mentre sui sedili sul retro si sobbalza a destra e sinistra in continuazione.  Riesco a strappare un posto sul super ambito sedile 1A, il primo appena entrati nel pullman, quello che da ragazzini in gita è riservato ai secchioni e a quelli che hanno il vomito facile, ma che qua in Nepal è il più ambito!

Il mio passaporto intanto è ancora all’Indian Visa Service Center. Lo ritiro solo intorno alle sei di sera, con un bel visto di sei mesi con la possibilità di due ingressi appiccicato a pagina 12. Ormai è davvero tempo di dire arrivederci al Nepal, e quando me ne rendo conto di ritorno dal centro visti indiano sento due grossi brividi nella schiena. Sono partito per venire qui, con in testa montagne e trekking e la voglia di scoprire il più possibile una terra che lo scorso anno mi aveva folgorato. Nella mia testa c’era il Nepal e poi un periodo successivo indefinito per cui avevo tante idee in testa ma nessun programma. Adesso che sto lasciando il Nepal mi rendo conto che quel periodo che per settimane ho sempre liquidato con un “ci penserò” è arrivato. Sta per iniziare la seconda parte del mio viaggio, e nonostante tutto sono contento di spostarmi. In Nepal ho passato forse i mesi più intensi della mia vita e me ne vado con un bagaglio di esperienza che mi porterò dietro per sempre. Ma per ora il Nepal mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno, e non potrei chiedergli di più. Ho bisogno di vedere altro, di scoprire qualcosa di diverso. A poche ore a sud c’è quella che forse è la nazione più assurda del mondo, con 1,3 miliardi di abitanti, millenni di storia alle spalle e ogni tipo di ambiente naturale. Se non è uno stimolo questo….

La giornata di sabato vola e alle sette in punto sono su un grosso pullman Tata bianco con aria condizionata e sospensioni ad aria pronto a partire per il confine. Il bus come sempre è pieno ma è probabilmente il migliore su cui abbia viaggiato negli ultimi mesi. Con il sedere su un sedile morbidissimo e tanto spazio per le gambe ci impiego davvero poco ad addormentarmi. Il viaggio va così, liscio. Mi sveglio solo verso le undici quando ci fermiamo per la cena. Mangio l’ultimo Dal Bhat, chiedendo con un po’di vergogna il doppio bis, e con la pancia piena mi rimetto a dormire fino alle prime luci del giorno. Mi sveglio prima delle sette e controllo sulla mappa: siamo a soli 20 km dalla frontiera, in prossimità della città di Siddhartanagar.

A circa quattro chilometri dal confine il Bus si ferma. Chiedo informazioni e capisco che da qua al confine dovrò prendere un secondo autobus, ma decido di cedere alla tentazione di uno dei numerosi rickshaw a bordo strada e spendo metà delle ultime 200 rupie nepalesi nel portafoglio per il viaggio. Raggiungiamo in poco meno di un quarto d’ora il piccolo villaggio di Belahya, proprio sul confine, e il simpatico autista mi lascia esattamente di fronte all’ufficio immigrazione. Davanti a me ho un grosso arco con due bandiere nepalesi disegnate sui due pilastri laterali e l’immancabile Buddha Eye disegnato su un piccolo stupa costruito sulla volta dell’arco.

E’ la porta di uscita del Nepal. Ci siamo.

All’ufficio immigrazione in un attimo i due funzionari timbrano il passaporto con la data di uscita dal paese e mi fanno cenno di andare. Ci rivediamo a Ottobre Nepal, grazie di tutto!

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