Dopo essermi perso l’alba dietro l’Everest non voglio rischiare lo stesso anche oggi, così prima delle quattro lascio il campo base del Machapuchare dove ho dormito e parto in direzione del Campo Base dell’Annapurna.

Ci sono circa 400 metri di dislivello da percorrere. La prima metà della salita è abbastanza ripida, lungo un sentiero coperto da un rigido strato di neve battuta. Nella seconda parte la salita invece si fa molto più dolce e dopo aver superato il lungo nevaio finalmente arrivo al cartello che indica il Campo Base dell’Annapurna. Cammino da solo nel buio, con la luce della frontale che illumina il sentiero. Mi rendo conto che forse sono partito fin troppo presto, perché nonostante sia abbastanza comune per i trekkers incamminarsi col buio e arrivare al campo base per l’alba, non vedo altre frontali lungo il sentiero. E’ la seconda volta che mi capita di camminare la notte durante questi giorni di trekking e la sensazione è spettacolare. L’idea di essere tra le montagne più alte del mondo, da solo e nel silenzio più assoluto mi mette la pelle d’oca anche solo a ripensarci.

Purtroppo, dopo la giornataccia di ieri, anche oggi il cielo non sembra promettere nulla di buono e le stelle visibili si contano sulle dita di una mano, mentre la maggior parte del cielo è coperta da grossi nuvoloni.

Un grosso cartello coperto da bandiere tibetane e da decine di adesivi di agenzie di trekking di mezzo mondo mi dice che sono arrivato. Annapurna Base Camp – 4130m. C’è ancora buio così procedo poco oltre fino al piccolo gruppo di lodge in molti tra i numerosi turisti che vi hanno pernottato stanno facendo colazione. Ho tempo per un the caldo ma poco dopo le cinque il cielo inizia piano piano a schiarirsi, cosi mi incammino oltre.

Sulla via del ritorno

Il Campo Base dell’Annapurna si sviluppa sulla sponda sinistra del grosso ghiacciaio che scende direttamente dalla parete sud della montagna. Come gli altri ghiacciai che ho attraversato anche questo assomiglia ad un grosso canyon di ghiaia e sabbia. Cammino verso nord lungo la sponda ricoperta di erba e grossi sassi. Sul bordo della sponda scende un profondo crepaccio che arriva fino al ghiacciaio, una cinquantina di metri più i basso. Il campo base utilizzato dalle spedizioni invece è sull’altra sponda del ghiacciaio, e infatti posso vedere alcune tende piazzate.

Mi avvicino alla parete della montagna, che da la sensazione di essere più vicina di quanto non sia veramente. Riesco a godere del panorama per non più di 20 minuti, prima che nebbia e nuvole coprano tutto. Oltre all’Annapurna I, con i suoi 8091 metri, dal campo base è possibile ammirare anche l’Annapurna South (7219m), l’Annapurna III (7555m), l’Annapurna Fang (7647m)e il Gangapurna (7455m), alcune tra le numerose cime che compongono il massiccio dell’Annapurna. Guardando verso sud invece svetta il Machapuchare, con l’inconfondibile doppia punta che ricorda la coda di un pesce.

L’Annapurna I e il ghiacciao centrale che scende lungo la vallata

Il Machapuchare e i lodge del campo base

Anche se solo per pochi minuti, il panorama del campo base mi ha comunque ripagato della fatica e del cammino dei giorni scorsi e della quasi totale assenza del classico panorama himalayano lungo la salita.

C’è poco da fare, in posti del genere si rimane a bocca aperta, e nonostante il numero altissimo di turisti che frequentano questo trekking e che affollano ogni giorno il campo base, beh, quando sei lassù riesci comunque a staccarti da tutto ed isolarti. Guardi la montagna, ne percorri le creste con gli occhi, provi ad immaginare una possibile via di salita e ti chiedi quali sensazioni si provano ad arrivare fino lassù in cima.

Panorama nord del Campo Base

L’Annapurna poi ha un fascino particolare. E’ considerata la montagna più pericolosa al mondo, dato che le statistiche dicono che per ogni dieci persone che ne hanno raggiunto la vetta, ve ne sono quasi quattro che hanno perso la vita nel tentativo di farlo, e questo dato a pensarci mette i brividi. Non è un caso che al campo base vi siano numerose lapidi in memoria di alpinisti morti o dispersi lungo i pendii, tra cui quella dei famosi alpinisti Kazaki Anatoli Boukreev e Dimitry Sobolev, morti nel 1997 nel tentativo di ascesa invernale insieme a Simone Moro.

Lo spettacolo offerto dal campo base purtroppo però dura davvero poco, perché poco dopo le sei scende una fitta nebbia che copre letteralmente tutto quanto e così non ho altra alternativa che scendere. Ripercorro il sentiero che ho percorso questa mattina sotto una leggera pioggia e dopo aver raggiunto il lodge in cui ho passato la notte e recuperato lo zaino che avevo lasciato per poter salire più leggero, scendo veloce in direzione Chommrung. A metà discesa il cielo finalmente riapre un po’, ma ormai le montagne innevate sono alle spalle e così procedo fino al lodge in cui avevo dormito due notti fa, che raggiungo nel primo pomeriggio.

Grazie allo zaino super leggero ho potuto fare su e giu in soli tre giorni, e così, con poca voglia di tornare alla città, decido di continuare il trekking verso ovest, in direzione Poon Hill, una famosa “collina” di circa 3200 metri da cui si può godere di una vista mozzafiato sull’Annapurna e sul Dalaughiri.

Passo il resto della giornata a leggere a fianco della grossa stufa in ghisa. Piove a dirotto. Mancano ancora alcune settimane all’inizio “ufficiale” del monsone, ma ormai il cielo azzurro che mi ha fatto compagnia a marzo e ad aprile è solo un ricordo, motivo per cui sto pensando di lasciare il Nepal prima della scadenza del visto il 21 luglio e tornarci invece ad ottobre per un altro mese, in modo da non superare comunque i 150 giorni di permanenza massima imposti dalla legge agli stranieri. Prima però ho ancora qualche sentiero da percorrere 🙂

Poon Hill, NayaPul e ritorno a Pokhara
Campo Base dell'Annapurna. I primi giorni da Phedi fino ai piedi del Machapuchare

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