Dopo aver passato più di una settimana in mezzo alla natura selvaggia del campo base del Makalu, tornato a Tumlingtar riaccendo il pc e dopo l’agoniata doccia, davanti ad un the caldo, mi ritrovo a scorrere la home page di Facebook. Mi cade l’occhio su un evento che si terrà di li a pochi giorni: Ultra Trail Nepal, Kathmandu- martedì 25 aprile 2017. Ore 6.00

L’organizzatore, Som, è un ragazzo nepalese che vive da anni in Australia e con cui sono da tempo in contatto su Facebook. Ex guida alpina, è cresciuto nel piccolo villaggio di Batase a nord di Kathmandu, una delle zone più colpite dal sisma del 2015. Gestisce da alcuni anni un’associazione che si impegna a ricostruire il villaggio e a dare un futuro a decine decine di bambini rimasti orfani dopo il terremoto e a molti altri che hanno grossi problemi familiari. Oltre a garantire un istruzione ai piccoli, Som crede ciecamente nella forza dello sport e da appassionato trail runner oltre a far scoprire ai più piccoli la magia della corsa in natura, organizza da alcuni anni questa corsa benefica che parte dal quartiere centrale della capitale e raggiunge il piccolo villaggio di Batase, lungo percorsi di 37, 65 e 85km.

Quando vedo l’evento non ci penso due volte. Lo contatto e gli chiedo se sono ancora in tempo ad iscrivermi e mi conferma di si, le iscrizioni sono aperte fino al 24! E’ la sera di giovedì 20 aprile e sabato mattina prenderò un autobus per tornare nella capitale dove, se tutto va bene, arriverò domenica nel primo pomeriggio. Ho un giorno e mezzo per trovare un paio di scarpe e uno zaino, e a Kathmandu non dovrebbe essere troppo difficile. Mi resta da capire quale percorso fare…37km sono troppo pochi e 85 troppi, ma dato che scoprirò solo il giorno della gara dell’esistenza della 65km, mi butto sulla lunga! Quando mi ricapiterà di correre un Ultratrail in Nepal?!

Così via Facebook confermo la presenza “Ciao Som! Ci vediamo il 24 per le iscrizioni!”

Più volte nell’ultimo mese e mezzo, mentre camminavo a più di 5000 metri di quota, ho pensato a come l’altitudine e il trekking prolungato che stavo facendo avrebbero potuto influire sull’allenamento nel trail running e devo ammettere che ero abbastanza carico e convinto che avrei corso la distanza senza troppi problemi. Venivo da più di 30.000 metri di dislivello positivo nelle ultime settimane, la maggior parte dei quali scalati oltre i 3000 metri ed ero sicuro che sarebbero bastati.

Passo il lunedì mattina alla ricerca del materiale per la gara. Trovo senza problemi un paio i scarpe ed invece con molta più difficoltà un camelback. Nonostante siamo circondati da montagne il trailrunning in Nepal non è uno sport praticato ne conosciuto, quindi alla richiesta di uno zaino per correre la risposta che mi sento dare più volte è “perché devi andare di corsa in montagna?!”. Alla fine riesco a trovare un piccolo camelback che fa al caso mio e, nonostante tirando dalla cannuccia arriva in bocca uno schifoso sapore di plastica, per 10 dollari va più che bene. Infine in un supermercato compro qualche Snickers e un po’ di frutta secca da portare in gara. Sono pronto.

Nel pomeriggio mi presento all’ufficio iscrizioni della corsa, nel centro del quartiere turistico di Thamel. Finalmente conosco Som dal vivo e mi presenta alcuni ragazzi cresciuti nell’orfanotrofio che negli anni sono diventati guide alpine e trail runner e che gli daranno una mano nell’organizzazione dell’evento. La partenza è in programma  domani mattina alle sei e l’arrivo è previsto nel pomeriggio. Passeremo poi la notte e il giorno successivo ospiti del villaggio di Batase ed avremo l’opportunità di visitarlo e toccare con mano la realtà di questi posti. Mi accorgo presto che per come è sentito e per quello che l’evento offre non sto semplicemente partecipando ad una gara, e che Ultra Trail Nepal è davvero molto di più!

Alla fine metto la X sul modulo di iscrizione a fianco della scritta 85KM. Di tanto in tanto negli ultimi due giorni ho avuto il presentimento di essere li li per fare una grandissima ca****a, dato che una distanza del genere non si inventa e forse avrei dovuto limitarmi alla corsa corta, ma gli ultimi sprazzi di razionalità sono stati sconfitti dalla carica dei ragazzi all’ufficio iscrizioni e quando l’inchiostro sporca in foglio ormai non si torna più indietro!

L’appuntamento è la mattina successiva prima delle 5 di fronte all’hotel adiacente alla partenza, dove sarà offera la colazione e si terrà un breve brifieng prima del via. Torno nel mio albergo cercando di riposare il più possibile; vengo da un mese e mezzo di trekking e so che non è la condizione ideale per affrontare 85km, ma davvero non vedo l’ora di partire. Un po’ manca la corsa, ma più di tutto sono gasatissimo dalla possibilità di riprendere qua, in mezzo a ragazzi del posto, a migliaia di chilometri da casa e su sentieri che non conosco.

Sono pronto. Alle cinque in punto sono nella sala dell’hotel per la colazione. Arrivano poco alla volta numerosi ragazzi e ragazze nepalesi, tutti molto giovani, con il pettorale fissato alla maglietta. Parlo con alcuni ed alcune  di loro e scopro che sono davvero giovanissimi. In molti non hanno ancora compiuto 17 anni ma sono al via delle gare da 65 o 85 chilometri. Sono tutti davvero carichi e trasmettono tanto entusiasmo. C’è un bellissimo clima, non si respira l’aria pesante e seria di una gara e più di tutto si percepisce la voglia di divertirsi.

Mi siedo a far colazione ad un tavolo e si siede vicino a me un ragazzo sulla trentina che indossa un paio di Hoka e una tuta in cotone. Scambiamo qualche parola e quando gli chiedo se correrà mi dice che ha qualche problema ad un tendine e proverà a fare il percorso più corto.

“Di dove sei?”, mi chiede

“Italiano”

“Ho corso una gara in Italia l’anno scorso” mi dice.

“Ah si? Dove?”

“Si chiamava Kima!”

“Ah si, la conosco”

“E ho vinto”

“….”

Sono seduto a fianco di Bim Gurung, vincitore del trofeo Kima dello scorso anno, una delle gare di skyrunning più dure al mondo e con un livello di partecipanti mostruoso. Bim non solo ha vinto, ma ha pure battuto il record fatto segnare da Kilian Jornet qualche anno prima. Praticamente ho a fianco a me uno tra i tre o quattro atleti più forti al mondo. E io gli ho pure chiesto se era li per correre pensando fosse un appassionato…

Alle sei sono schierato sulla linea di partenza insieme a una cinquantina di altri atleti. Siamo solo 5 stranieri e poco prima del via mi guardo intorno. Pochissimi hanno abbigliamento tecnico da corsa, la maggior parte indossa la maglietta dell’evento e pantaloncini in cotone o pantaloni in nylon della tuta, con una felpa legata in vita. Guardo le scarpe. Alcuni, pochi, hanno scarpe da trail usate arrivate dall’Australia tramite l’associazione di Som, mentre gli altri indossano sneakers o scarpe sportive leggere, di quelle che si trovano nei negozi di Kathmandu per pochi dollari. Mi guardo e nonostante abbia un’ attrezzatura recuperata all’ultimo mi sento un po’ fuori luogo, come altre volte mi è già capitato qui in Nepal quando mi sono trovato faccia a faccia con la semplicità e la naturalezza con cui la gente comune affronta la montagna.

Penso alle decine di paia di scarpe che ho, all’abbigliamento ipertecnico, agli zaini, ai bastoncini che costano forse più di uno stipendio locale e agli altri mille capricci che mi sono concesso in questi anni.

Mi accorgo che forse ho perso quella spensieratezza che mi ha avvicinato alla corsa e l’ho sostituita con qualcosa di troppo serioso e artificiale, qualcosa di molto più simile alla disciplina piuttosto che alla libertà che dovrebbe caratterizzare questo sport e di cui i ragazzi che ho intorno sono il migliore esempio.  Quando un divertimento si trasforma in qualcosa di troppo serio si rischia di dimenticarsi il perchè lo si è scelto, fino ad arrivare a confondere il piacere con il dovere. Riguardo la foto e sorrido perché parecchi di quei ragazzini arriveranno al traguardo prima di me e l’allegria che trasmettevano quella mattina non può che rendere felici. Ma andiamo con ordine.

Correremo i primi sette chilometri su asfalto fino a raggiungere la periferia di Kathmandu e imboccare l’inizio del sentiero. Som ci indica un ragazzo che farà da guida per questo primo tratto e ci raccomanda di stargli dietro senza superarlo in modo tale da non sbagliare strada fino all’imbocco dello sterrato. Som non specifica però che il ragazzo in questione è Samir Tamang, fresco vincitore della maratona del Polo Nord, della North Face Australia 50k e (aggiungo io) sicuro protagonista della TDS di quest’anno.

Così allo start, senza quasi che me ne renda conto, il grosso del gruppo di giovani nepalesi schizza via a tre e qualcosa al chilometro per le polverose vie di Kathmandu, con Samir che deve fare da apri pista e che quindi fa altrettanto. Morale dopo qualche minuto non li vedo più. Mi ritrovo così in un gruppetto con alcuni atleti più lenti con i quali percorro la prima parte di gara. Con noi c’è anche Bhim. Corre con pantaloni della tuta, maglietta in cotone e bottiglia d’acqua da litro in mano. Ci faccio ancora due chiacchiere e alla fine lo saluto intorno al decimo chilometro, dopo che ha deciso di fermarsi e tornare indietro.

Mi accorgo subito che la maggior parte dei giovani nepalesi corre con una strategia ben precisa e, sulla carta, anche piuttosto semplice: partono a tutta a prescindere che debbano correre 37 o 85 chilometri e quando iniziano ad essere stanchi rallentano. Sulla prima lunga salita ne raggiungo alcuni del primo gruppo. Quando mi vedono arrivare scattano per qualche decina di metri per poi riprendere a camminare e continuano così fino a che poi rallentano definitivamente. Resto impressionato dalla forza e dall’esuberanza di questi ragazzi di non più di 15 o 16 anni. Quando scattano salgono con una potenza davvero impressionate, che se gestissero meglio gli permetterebbe di correre praticamente per l’intera salita. Ma avranno tempo per imparare e a 16 anni forse bisogna davvero correre così.

Dopo la prima ascesa inizia un lungo tratto di sali scendi tra tratti di bosco che si alternano ad altri di strada sterrata più scorrevole. Supero un ragazzo che cammina e ne approfitto per fare due parole, dato che anche io pur ripetendomi di stare bene, inizio a sentire i primi segni di cedimento. Lui di anni ne ha diciassette anni e sta correndo la 65km. Indossa un paio di Vans di tela con cui si allena di solito, pantaloni lunghi in nylon alzati al ginocchio con lo stemma del Milan e un logo che ricorda quello dell’Adidas. Ha in mano un lungo bastone di legno che a occhio e croce peserà più di un chilo e che usa come bastoncino per aiutarsi in salita.

Mi accorgo presto che il lungo trekking mi ha dato una potenza incredibile in salita ma che quando arrivano i pezzi dove bisogna correre sono davvero in difficoltà e dal trentesimo chilometro in poi inizio un lungo calvario che durerà fino alla fine. Non riesco più a correre e sono costretto a camminare, ma non importa e decido di continuare e godermi fino in fondo questa esperienza unica. Intorno al quarantesimo chilometro supero un gruppo di tre ragazzine di 16 anni in gara sulla 65km. Anche loro sono partite con il turbo e poi hanno rallentato. Camminano una di fianco all’altra chiacchierando tra di loro vestite in tuta e maglietta, e nonostante siano in gara da più di sei ore sono ancora davvero fresche. Appena la salita si fa più corribile una di loro mi risorpassa. Ha 16 anni, indossa fuseaux di cotone, calzettoni pesanti bianchi e corre con la giacca della tuta legata in vita. Quando mi ripassa siamo intorno al 50 chilometro e sta correndo. Io sono cotto, è vero, ma vedere una ragazzina di 16 anni correre in salita dopo 50km di gara è impressionante.

Insieme a lei mi sorpassa anche un ragazzo di quindici anni che fa da scopa. Anche lui di corsa, anche lui come fosse appena partito. Resto senza parole dalla forza di questi ragazzi e dalla naturalezza con cui si muovono in montagna. Mi sento un elefante circondato da stambecchi. Prima di staccarmi il quindicenne mi si mette a fianco e cerca di farmi forza. Lo ringrazio e gli dico di non preoccuparsi per me, ma piuttosto di spiegarmi come fa ad andare così forte. Corro tutti i giorni, mi dice. Sticazzi.

Siamo immersi nelle montagne dell’Helambu, tra fitte foreste e panorami mozzafiato sulla vallata circostante attraversando villaggi dove i segni del terremoto del 2015 sono purtroppo ancora evidenti. Dopo una prima parte molto tecnica e muscolare la gara diventa molto veloce e corribile, con il caldo che rende il tutto più complicato.

Nell’ennesimo tratto di foresta incontro altri due giovanissimi componenti del gruppo che era partito a razzo questa mattina. Sono seduti all’ombra a bordo sentiero e appena mi fermo mi dicono che hanno fame. Gli lascio un paio di barrette e quando gli chiedo cosa fanno li seduti mi dicono semplicemente che erano KO, ma che appena staranno meglio ripartiranno. Nonostante il regolamento i due sono partiti senza cibo ne acqua, cercando di alimentarsi semplicemente con quello che trovavano ai ristori. Som per fortuna, forse conscio dell’approccio alla corsa di questi ragazzi, ha organizzato una copertura capillare dei sentieri e poco dopo incrocio una moto che va loro incontro con altre barrette e dell’acqua.

Ristori

Mentre continuo camminando chilometro dopo chilometro non riesco a non pensare allo spirito con cui questi giovani affrontano la gara e a paragonarlo a quello così diverso a cui sono abituato.

In tutto questo sono ancora terzo sulla distanza degli 85km, ma sono veramente alla frutta. Il percorso prevede un passaggio all’arrivo della 65km e poi un anello di altri 20km per completare la distanza, ma decido che sulla linea del traguardo mi fermerò lasciando perdere l’anello perché per come sto in questo momento percorrerlo sarebbe una forzatura che non avrebbe senso fare. Un conto è fare fatica, un altro è distruggersi.

Gli ultimi chilometri sono davvero infiniti e mentre cammino sulla strada sterrata che porta al villaggio di Batase penso alle ultime dieci ore trascorse su e giù per le valli dell’Helambu. Sicuramente l’Ultra Trail Nepal è stata una delle esperienze sportive più assurde che mi sia capitato di affrontare in questi anni. La gara in se merita di essere corsa ed è organizzata davvero alla grande, mentre il percorso… beh si corre sulle montagne del Nepal, direi che non c’è altro d’aggiungere.

Quello che però più di tutto mi ha colpito è vedere così tanti giovanissimi al via di una corsa così lunga e impegnativa. E’assurdo pensare che a 15 o 16 anni si possano correre 65 o 85 chilometri, o almeno per me lo era fino a prima di questa mattina. Ancora una volta il Nepal mi ha stupito con la sua naturalezza e la sua spontaneità, prive di sovrastrutture, preconcetti, o più semplicemente di seghe mentali.

I ragazzi vogliono correre e si presentano al via, consapevoli che per correre servono gambe, polmoni e tanta voglia. Il resto avanza. Scarpe ipertecniche, materiali all’avanguardia, tabelle di allenamento e alimentazione curata non sono necessarie ma sono solo un qualcosa in più, nonostante siamo sempre spesso portati a credere il contrario.

Non voglio estremizzare o farmi portavoce di posizioni radicali, ne voglio passare per un minimalista o un utopista, anche perché sono ben consapevole che per molti dei ragazzi con cui ho corso oggi sarebbe un sogno poter correre con un paio di S-Lab nuove di zecca del giusto numero, e per di più io non correrei in Vans nemmeno se mi pagassero.

Ma il discorso va ben oltre la corsa e quanto visto oggi è solo l’ennesima sfaccettatura di un approccio alla vita quotidiana più essenziale e diretto rispetto a quello a cui sono sempre stato abituato. Ripenso alla corsa di oggi ma anche ai bambini in ciabatte di gomma a 4000 metri, alla signora che mi prepara la cena in una cucina illuminata da una candela, agli anziani con gerle cariche all’inverosimile portate in fronte  e a tutte le altre decine di scene vissute in questi mesi davanti alle quali ogni volta mi sono chiesto “come è possibile vivere così?”

E alla fine penso che sarebbe utile imparare a condire la nostra quotidianità con un pizzico di quell’essenzialità che si respira in questa ed in quelle altre parti del mondo in cui, per infiniti motivi, il benessere di cui siamo circondati è ancora un miraggio. Niente di trascendentale eh! Magari basterebbe imparare a limare i rigidi spigoli che spesso ci imponiamo, con la consapevolezza che tra due verità esistono migliaia di vie di mezzo e che forse la fortuna più grande che abbiamo nel vivere nella parte di mondo in cui viviamo è quella di aver la possibilità di decidere a che punto dove vogliamo fissare la nostra.

Se mi guardo indietro mi rendo conto una delle prime cose a cui ho pensato prima di iscrivermi alla gara è stato che avrei avuto bisogno di scarpe da running, perché quelle che usavo per il trekking in goretex erano troppo pesanti. E ora, nonostante abbia speso quasi 100dollari per un paio di North Face leggere e con il differenziale che doveva essere come dicevo io, mi ritrovo a pezzi pregando che il traguardo arrivi il prima possibile.

Eccolo Batase. Finalmente ci sono! L’arrivo è posto nella piccola piazza del paese e dalla strada si vedono decine di persone accalcate intorno alla linea del traguardo. Quando mi vedono arrivare iniziano ad urlare ed applaudire, mentre Som con il microfono in mano urla il mio nome. Sono gasatissimo! Giuro che è uno traguardi più belli che abbia mai avuto il piacere di raggiungere. C’è davvero un sacco di gente, ma sopratutto tantissimi bambini che appena superato il traguardo mi accerchiano e vogliono il cinque, mentre un sacco di persone mi si avvicinano per i complimenti. Sono spiazzato, perché primo la gara manco l’ho finita e secondo ho camminato per metà del percorso, eppure vengo accolto da un tifo da pelle d’oca. Pazzesco!

All’arrivo con Tirtha Tamang, tra i più forti trail runner nepalesi

Alla fine Ultra Trail Nepal prima di essere una gara è una grande festa e tutti, dal primo all’ultimo, vengono accolti nel villaggio come eroi!

La giornata finisce con una cena di gruppo e con un piccolo spettacolo dei bimbi dell’orfanotrofio, che prima cantano composti alcune canzoni nepalesi e poi si scatenano nella discoteca improvvisata nel cortile.

La serata e la colazione la mattina successiva alla gara

Guardo questi piccoli a cui la vita non ha sorriso affatto e vederli così carichi di energia e positività è commovente. In cielo c’è una stellata pazzesca e in lontananza si vedono le luci dei piccoli villaggi. Domani visiteremo Batase e poco prima della fine della festa il ragazzino quindicenne che faceva da scopa mi invita nel pomeriggio a correre i restanti 20km.

Partiremo alle quattro del giorno dopo e dopo la discesa iniziale corsa con calma, appena imboccata la salita per tornare al villaggio mi staccherà. Salgo per per 1000 metri con lui che mi incita aspettandomi alla fine di ogni pezzo ripido. Alla fine decide di salire camminando con me. Ha quindici anni, ieri ha corso 65km e oggi 20 (che d gps in realtà saranno 25). Domani tornerà a Kathmandu di corsa. Altri 20.

Prima di salutarlo gli dico di non mollare, che tra qualche anno se continua così sarà tra i grandi del trail!

PER INFO:

Ultra Trail Nepal

Friends of Himalaya Children – L’associazione di Som

Take On Nepal – Per trekking e volontariato

Arrivederci Nepal. Da Kathmandu alla frontiera con l'India
26 ore di bus per tornare a Khatmandu da Tumlingtar

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