Oggi è venerdì, e a Tumlingtar il venerdì il giorno del mercato. Ne approfitto così per trascorrere un po’ di tempo sul grosso piazzale di sabbia ed erba su cui già dalle cinque del mattino decine di uomini e donne allestiscono le loro bancarelle, che nella maggior parte dei casi non sono altro che teli più o meno grandi poggiati per terra su cui è esposta la merce in vendita.

Il mercato è diviso a zone. Da una parte i rivenditori di stoffe e abbigliamento, che espongono tessuti dai colori sgargianti in piccole strutture di bambù che hanno costruito. Dall’altra parte invece frutta e verdura. Decine di donne e qualche uomo stanno seduti dietro quello che propongono. Solo in pochi, i più organizzati, hanno decine di ortaggi diversi e occupano grossi spazi, mentre la maggior parte di loro ha si e no un piccolo straccio con qualche pomodoro o qualche patata, quanto offrono i loro piccoli pezzi di terra. Stanno tutti accalcati l’un l’altro e l’impatto di colori e caos è magnifico. Intorno alle 9 il mercato comincia a riempirsi e diventa veramente difficile muoversi tra le centinaia di persone che lo affollano.

I commercianti parlano tra i loro e con i clienti, pesano la frutta e la verdura con bilance a braccio rudimentali e . Compro delle mele per pochi centesimi. Non mangio frutta da un sacco di giorni e le divoro continuando a spostarmi nel piazzale. Poco oltre c’è lo spazio degli animali con capre, galline e galli e infine quello della macelleria, dove in condizioni igeniche discutibili su enormi banchi in pietra e lamiera vengono tagliati grossi tranci di carne con coltelli simili a sciabole.

Nel primo pomeriggio finisce il tutto e in meno di un’ora nel grosso piazzale non restano che rifiuti e qualche vitello che vaga alla ricerca di qualche scarto di frutta e verdura. Tumlingtar non è esattamente la città più eccitante del mondo e così il giorno di pausa che mi sono preso prima di rientrare a Kathmandu passa veloce tra un libro, il bucato e e qualche the nei piccoli locali lungo la strada principale.

Domani alle 10 e 30 devo essere ala stazione per prendere il bus che mi riporterà a Kathmandu.

I chilometri che separano Tumlingtar dalla capitale in linea d’aria non sono più di 200, ma quelli di strada (asfaltata e non) sono più di 500, lungo un percorso con continui saliscendi in gran parte su strade di montagna e per percorrerli gli autobus ci mettono circa 25 ore. Dico circa perchè gli inconvenienti lungo queste strade sono dietro ogni angolo, quindi in tutta onestà non so bene cosa aspettarmi. Decido per un outfit comodo con maglietta larga, pantaloncini e ciabatte di gomma, a cui aggiungo però senza vergogna una calza da trekking perché la notte potrei avere freddo. Lo zaino è pieno zeppo, ma porto con me anche una piccola borsa in plastica dai colori psichedelici comprata al mercato il giorno prima che uso come bagaglio a mano, con felpa e piumino per la notte. Alle dieci e trenta puntuale sono in stazione e vado diretto alla biglietteria, che somiglia più ad una gabbia in ferro e che al momento è chiusa. Inizio a chiedere a destra e sinistra e nessuno mi sa dare spiegazioni. Ormai quando succede così ho capito che è inutile insistere e mi conviene aspettare. Prendo qualche the in uno dei bar intorno alla stazione alzandomi di scatto ogni volta che da lontano vedo avvicinarsi un pullman e precipitandomi a chiedere se è quello diretto a Kathmandu. Niente. Finalmente intorno alle undici un omone apre la gabbia e dalla grata gli chiedo il biglietto per la capitale. Con 1890 rupie, poco più di 17 euro, ho un pezzo di carta scritto a penna che sarà il mio pass.   Gli dico a che ora arriverà il pullman e la risposta è sempre la stessa: aspetta.

Alle 11.45 finalmente un grosso pullman bianco arriva e si ferma nel centro della stazione. Io sono all’ennesimo the seduto di fronte alla biglietteria e vedo il ragazzo dentro lo scatola che mi fa cenno con le mani di avvicinarmi. Guardo il pullman. Tutto sommato mi sembra piuttosto dignitoso, sicuramente più moderno dei molti che si vedono lungo le strade, e la cosa mi rincuora dato che dovrò passarci più di una giornata! Lascio lo zaino nel porta bagagli e salgo. Scopro che mi hanno assegnato un posto nella lunga fila sul retro, quella che alle medie solitamente appartiene ai più fighi e che un colpo di coda d’adolescienza occupo allungandomi con il l’ipod nelle orecchie. Invado tre dei cinque posti in fondo mentre gli altri due restano liberi, con il pullman che parte da Tumlingtar mezzo vuoto. Sono davvero contento di aver scelto di tornare in pullman a Kathmandu!  Come si può spendere 150 dollari per un volo quando il servizio bus è ottimo?!

Dopo meno di 10 minuti di viaggio ci fermiamo. Manca poco a mezzo giorno ed in Nepal a quest’ora tutti i pullman si fermano per la pausa pranzo in uno dei tanti autogrill che si trovano lungo la strada. Si tratta solitamente di grosse stanze con decine di tavolini e una grande cucina in uno degli angoli. Appena seduto un ragazzino mi porta un piatto di Dal Bat. Dopo più di un mese selvaggio ormai lo mangio alla nepalese, senza cucchiai o posate ma utilizzando solo la mano destra per raccogliere il cibo, compattarlo e portarlo alla bocca. Devo dire che nonostante sia più difficile di quanto possa sembrare la cosa mi piace e anzi mi soddisfa molto di più! Alla fine dopo il solito mezzo chilo di riso ritorno in pullman, e con la musica nelle orecchie appoggio la testa al finestrino convinto che mi addormenterò a breve per risvegliarmi domani mattina all’arrivo. Magari.

Lasciati alle spalle i villaggi intorno a Tumlingtar la strada diventa sempre peggio, tra buche e pezzi sterrati che iniziano a farmi sobbalzare in maniera sempre più forte. In meno di due ore ci fermiamo una decina di volte lungo la strada e ad ogni fermata salgono passeggeri, mentre quasi nessuno scende. Il pullman mezzo vuoto si riempie e adesso nei cinque posti sul retro siamo seduti in sette, anzi otto contando il bimbo di poco più di due anni in braccio alla madre che non smette di piangere. Passo dall’occupare tre sedili a rimanere incastrato nell’angolo sinistro, con uno spazio per le gambe di non più di 30cm, la borsa psichedelica sulle gambe e lo schienale del sedile davanti a me che sotto la rassicurante copertura di tessuto beige decorato nasconde decine di spigoli. A seconda della profondità delle buche lungo la strada e della velocità a cui le superiamo sbatto a turno ginocchia, stinchi e culo.

Nel frattempo su un grosso televisore nella zona anteriore del pullman passano assurdi video musicali nepalesi con l’audio sparato da due grosse a metà del pullman.

 Mi ricredo e inizio un infinito conto alla rovescia; mancano ancora 23 ore.

A tre ore dalla partenza imbocchiamo una strada in salita via via sempre più ripida e completamente sterrata. Guardo dal finestrino e più che una strada mi sembra di essere su una pista da motocross. Più volte penso che saremo costretti a fermarci, anche perché ha iniziato a piovere e sento le ruote scivolare sul fango, ma l’autista non fa una piega e tra puzza di frizione bruciata e sgommate continuiamo spediti. Dai 400 metri di Tumlingtar siamo saliti a quasi 2500 metri e intono a noi ci solo solo montagne, nebbia e nuvole. Non posso credere che un pullman possa passare di qua, eppure continuiamo come se niente fosse.

Il posto sul retro che tanti anni fa era così ambito in realtà capisco presto che è il peggiore di tutto il bus perché il rinculo di ogni buca ci arriva amplificato in modo esponenziale. Ho le braccia aggrappate allo schienale di fronte ma nonostante questo non riesco stare fermo e ogni buca mi sbatte a destra e sinistra. A una spanna sopra la testa ho un piccolo ventilatore che se funzionasse dovrebbe fungere da climatizzatore, ma non funziona e così non è altro che l’ennesimo spigolo contro cui vado a sbattere ad ogni sobbalzo. Le ore passano lente, lentissime. Torniamo sull’asfalto solo intorno alle sette di sera e pochi minuti dopo siamo costretti a fermarci per una foratura. I due aiutanti dell’autista che durante il viaggio stanno seduti davanti con lui e regolano la salita e la discesa dei passeggeri cambiano la ruota con enormi crick e dopo un’ora buona di pausa ripartiamo.

Quando fuori ormai è buio nel pullman si spengono tutte le luci, ma con il film bolliwoodiano che passa sulla TV e le musiche a livelli altissimi è davvero impossibile riposarsi.

Solo verso mezzanotte, dopo esserci fermati per la cena e per un ulteriore cambio ruota, finalmente si spegne tutto e cala il silenzio, così per l’ennesima volta provo a riaddormentarmi. Impossibile. Siamo nel sud del paese e anche se le montagne hanno lasciato spazio alla pianura e le strade sono decisamente migliori, l’alta velocità a cui viaggia il pullman e gli ammortizzatori sicuramente non tra i migliori sul mercato, amplificano ogni minima buca della strada.

Ci fermiamo ancora più volte per far scendere e salire passeggeri, tra luci che vengono accese e rispente ogni volta, le urla di chi si è accorto di aver perso la fermata e il casino di chi cerca posto e deve appoggiare il bagaglio da qualche parte. Non chiudo occhio.

Intorno alle sette di mattina, dopo l’ennesima salita, imbocchiamo una strada di montagna in discesa infinita che il pullman affonda a velocità folle. Il burrone sulla sinistra e l’autista che ormai è alla guida da più di venti ore mi angosciano non poco, ma a questo punto spero solo di arrivare il prima possibile a Kathmandu. Le ultime sei ore di viaggio passano come le altre venti, tra buche e musica assordante che è ripartita puntuale con il sorgere del sole.

Scendo dal bus a Kathmandu nel primo pomeriggio. Sono stanco morto e sporco, con lo zaino che nel bagagliaio si è riempito di polvere ed è veramente lurido. Per completare il tutto la stazione  cui ci fermiamo è in una zona periferica a sei o sette chilometri dal centro città, così che sono costretto a prendere altri due bus cittadini per arrivare all’Hotel.

Alla fine, intorno alle quattro apro la porta della camera e mi butto sotto la doccia calda dove sto una mezz’ora buona.

Sono di nuovo a Kathmandu, dopo aver lasciata oltre un mese e mezzo fa! Torno nel caos, nel traffico e nel casino…ma non ci resterò per molto!

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