Lascio Yangle Kharka la mattina presto perchè nel pomeriggio è prevista ancora pioggia e già prima delle sei il cielo è coperto di nuvole. La prima parte del percorso scende sulla riva sinistra del torrente che ho risalito un paio di giorni fa, e per circa due ore cammino tra rocce e grossi sassi prima di iniziare la ripida salita di più di mille metri che mi riporterà allo Shipton La Pass. Anche in questo tratto di sentiero i ruscelli che dai pendii si gettano nel torrente principale si sono gonfiati parecchio ed attraversarli obbliga a veri e propri giochi di equilibrio. La vallata è davvero lunga e stancante, e i grossi sassi sul sentiero mi obbligano a camminare con lo sguardo a terra e sempre concentrato, anche perchè la pioggia caduta la notte li ha resi scivolosi e le gambe incominciano ad essere stanche.

 Di colpo il sentiero svolta a destra e inizio così la salita allo Shipton La Pass, che per i primi 600 metri è un vero e proprio muro che si arrampica in un fitto bosco tra grossi gradini e radici. L’avevo già percorsa in discesa qualche giorno prima ma me la ricordavo davvero più corta, e dopo averla imboccata in modo piuttosto allegro sono costretto a rallentare e salire a piccoli passi. Dopo un tempo che mi sembra infinito arrivo finalmente a Dobato, la piccola lodge che si trova qualche centinaio di metri sotto il passo, dove mi fermo per un the caldo prima di riprendere a salire.

Mi aspettano in ordine il Kiki La Pass, lo Shipton La Pass e il Ghungru La Pass, tre passi intorno ai 4000 metri che ho già affrontato nel senso inverso qualche giorno fa. La neve che da qui in poi ricopre il sentiero rende la salita abbastanza snervante, dato che ogni due o tre passi mi ritrovo a sprofondare fino alle ginocchia e così guadagno quota molto lentamente.

Poco oltre Dobato supero un portatore che sta salendo verso il passo ma oltre a lui in zona non c’è nessun altro. Le nuvole grigie che ci circondano sembrano ovattare il paesaggio e mi ritrovo a salire passo dopo passo nel silenzio più assoluto interrotto solo dal rumore della neve che si rompe sotto i miei piedi. Superato il Kiki La costeggio il lago ghiacciato a fondo valle e risalgo allo Shipton La, mentre scende una fitta nebbia che nasconde il panorama circostante. Dopo aver faticato non poco a procedere nella neve sempre più molle arrivo finalmente al Ghungru La Pass dove mi fermo per riprendere fiato e riposare un po’. Pochi giorni fa da qui avevo visto per la prima volta il Makalu, mentre oggi la visibilità è pari a zero e mi rendo conto ancora una volta che sono stato davvero fortunato con il meteo in questi giorni, dato che il cielo limpido mi ha regalato scenari davvero pazzeschi.

Dal passo inizio una lunghissima picchiata verso Konghma per poi continuare giù fino a Tashingoan, più di 2000 metri più in basso, dove arrivo nel tardo pomeriggio poco prima che si scateni un grosso temporale. Mi fermo nel lodge in cui mi ero fermato mentre salivo e riparto la mattina successiva verso Num, il piccolo villaggio che è punto d’inizio e di fine del trekking. Dopo la lunga notte di pioggia il cielo è tornato azzurro intenso e procedo lungo il sentiero in discesa fino ad arrivare a fondo valle per attraversare il fiume Arun. In meno di 24 ore sono passato da una quota 4200 metri a poco più di 700, con il paesaggio e la natura intorno a me che cambiavano ora dopo ora, dalla neve alla giungla! Questo viaggio attraverso i più diversi ambienti himalayani è uno degli aspetti di questo trekking che più mi ha colpito e che lo rendono davvero affascinante.

Attraversato il fiume Arun imbocco finalmente l’ultima micidiale salita che riporta al piccolo villaggio di Num. In meno di due chilometri risalgo fino ai 1550 metri e quando finalmente imbocco la strada sterrata che entra nel villaggio sono esausto.

Da qui ora devo trovare una jeep che mi porti al grosso villaggio di Khandbari e da li poi un’altra che mi riporterà a Tumlingtar, la cittadina in cui ho iniziato il trekking la settimana scorsa e da cui prenderò poi il bus per tornare a Kathmandu.

Mi fermo per un pranzo veloce a Num in attesa che una delle jeep dirette a Khandbari si riempia di passeggeri e parta. Dopo un paio d’ore di attesa riesco a trovare posto nel retro di un vecchio fuoristrada indiano e schiacciato insieme ad altri cinque uomini in circa tre ore di viaggio arrivo nel grosso villaggio.

Sono ormai le cinque del pomeriggio e mi metto alla ricerca della seconda jeep che mi riporti a Tumlingtar, una decina di chilometri più a valle. Dopo quasi un’ora senza essere riuscito a trovare un mezzo per scendere decido di provare a fare autostop e così mi metto a bordo strada con il pollice in bella vista aspettando che qualcuno decida di fermarsi. Passano moto, jeep e trattori ma nessuno sembra disposto a darmi un passaggio, quando a un certo punto vedo un agente di polizia che mi viene incontro e mi fa segno di avvicinarmi. Al momento penso che forse fare autostop sia vietato e che voglia rimproverarmi, invece mi sorride e mi fa un segno come per dire “ci penso io”, ferma una moto che sta scendendo e obbliga il motociclista a farmi salire e darmi un passaggio. Il ragazzo in sella accetta senza troppa possibilità di scelta  e così mi metto in viaggio per Tumlingtar in sella ad una vecchia Yamaha 150, pregando di arrivarci tutto intero.

Poco prima delle sette di sera sono in albergo. Anche il trekking al Campo Base del Makalu è terminato! Era quello che più di tutti mi metteva dubbi ma invece si è rivelato pazzesco. Si parte da 700 metri per salire fino a 5000, con il paesaggio che cambia giorno dopo giorno tra giungla, sassi, neve e scenari mozzafiato. Si cammina per ore lontano da tutto, immersi nella natura più selvaggia e a differenza della zona dell’Everest qua i sentieri sono veramente tosti e proprio per questo danno ancora più soddisfazione! Ho camminato per quasi 40 giorni nell’Himalaya e devo ammettere che quelli trascorsi lungo i sentieri del Makalu sono stati i più emozionanti.

Oggi si conclude anche la prima parte del mio viaggio. Sono partito dall’Italia con l’idea di percorrere questo lunghissimo trekking, e ora che l’ho terminato non ho ancora le idee chiare su quello che sarà nelle prossime settimane. Ho mille idee che per fortuna o purtroppo cambiano ogni giorno, ma l’unica cosa certa è che voglio continuare a scoprire questa parte di mondo che mi sta regalando emozioni uniche!

Scendendo dal campo base del Makalu tra il meteo che peggiora e un alpinista

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