Lo Shipton La e il Kiki La pass distano circa un’ora l’uno dall’altro e sono separati da una vallata poco profonda alla cui base si estende un piccolo lago completamente ghiacciato.

Anche qui la neve ha coperto completamente il sentiero principale, ma dal culmine dello Shipton La si può vedere una leggera traccia che scende, costeggia il lago e poi risale perdendosi tra le rocce della salita al passo successivo.

La vista dal culmine dello Shipton La. Di fronte il Kiki La Pass a 4150m

Il vento è ancora forte ma riesco a proseguire senza troppi problemi, sprofondando di tanto in tanto nella neve fresca fino alle ginocchia e costeggiando i ruderi di alcune vecchie capanne di pietra. A fondovalle il vento aumenta e prima attaccare la salita soffia davvero fortissimo. Il lago ghiacciato è uno spettacolo, così come la vista sul versante che ho appena disceso e che sale verso lo Shipton La. Mi rendo conto di essere stato piuttosto fortunato ad avere trovato una giornata così limpida perché in caso di nebbia o nuvole sarebbe stato davvero più complicato arrivare fin qua. Salgo lentamente il ripido sentiero che sale fino al Kiki La pass, dove la neve diminuisce man mano guadagno metri e lascia intravedere il sentiero roccioso che in parte ha coperto.

Il forte vento a fondo valle

Dal Kiki La Pass guardando verso lo Shipton La

Dal passo inizia un’altra lunga discesa che per la prima parte è coperta da una neve compatta che permette di scendere velocemente e che intorno ai 3800 metri di quota scompare quasi del tutto. Alla mia destra ripidi pendii innevati scendono da alcune cime intorno ai 5000 metri, mentre sulla sinistra la neve è quasi completamente scomparsa e proprio ai bordi del sentiero si innalzano diverse pareti rocciose colorate qua e la dal verde di piccoli arbusti. Arrivo poco dopo nella capanna di Dobato, un piccolo rifugio in pietra che gestito da un ex guida alpina che ha ha disposizione qualche letto per passare la notte.

Il piccolo lodge di Dobato

Sono da poco passate le undici del mattino e decido comunque di continuare oltre, chiedendo all’uomo informazioni sulla parte del percorso che mi aspetta. Mi dice che da Dobato devo scendere ancora un po’ e che il sentiero devia poi a sinistra per continuare fino alla lodge di Yangle Kharka, che dovrei raggiungere in circa quattro ore. Dopo il passo innevato, il vento e il freddo, la camminata ora si fa piacevole ed il sentiero molto meno impegnativo, almeno per una mezz’oretta buona. Scendo canticchiando e guardandomi intorno; sono completamente solo in mezzo alle Himalaya! Sono davvero contento. Mi rendo conto che mai in queste settimane ho rimpianto davvero la decisione di partire, e anzi, giorno dopo giorno, mi convinco sempre più della scelta fatta. Ci sono alcuni momenti però in cui la felicità si trasforma in qualcosa di molto più grosso, momenti in cui mi guardo intorno e ho la sensazione di essere precisamente nella parte di universo in cui vorrei essere, non un metro più avanti ne uno più indietro.

In questi momenti divento tutt’uno con quello che mi circonda, come se fossi un pezzo di puzzle che trova la sua esatta metà tra miliardi di altri pezzi.

Mi rendo conto che tutto questo l’ho voluto e l’ho cercato, mettendo in mezzo al piatto tutte le certezze che avevo. Non sono qui per caso, sono qui perché volevo essere qui, e mi accorgo che tutto questo è davvero quello di cui in questo momento ho bisogno. Se questa cosa l’hai dentro e non la assecondi non potrai mai essere felice.

Sono passate più di tre settimane da quel giorno e posso ancora sentire sulla pelle il calore del sole ed il vento leggero che mi accompagnavano lungo la discesa, con la fronte sudata, le gambe stanche e una canzone dei Verve nelle orecchie. Intorno a me montagna, natura e tutta l’energia che solo questa sa regalarti. Uno di quei momenti in cui vorresti poter schiacciare il tasto pausa e tornare indietro, per poi registrarlo e riviverlo altre milioni di volte, perché per qualche secondo ti rendi conto che la felicità, quella vera, la stai toccando con mano.

Sassi e radici sono una costante lungo i sentieri del Makalu

Sono ormai arrivato a 3500 metri e mi aspetto che da un momento all’altro la discesa finisca e che il percorso risalga verso Yangle Kharka. Invece niente, continuo a scendere lungo un sentiero che entra in un fitto bosco e si fa sempre più ripido e segue il letto di un torrente da cui scende solo qualche rigagnolo d’acqua. Come altre volte il sentiero diventa poco alla volta un vero e proprio muro, che costringe a saltare qua e la tra rocce e radici e come altre volte in questi giorni mi chiedo se sono sulla strada giusta, perché realtà la strada poco alla volta scompare e bisogna scendere ad intuito. Finalmente intravedo il fiume e capisco di essere arrivato a fondo valle. Mi aspettavo una breve discesa dal passo ma mi ritrovo a circa 3200 metri, più di mille metri più in basso da dove ho scollinato. Wow! Mi siedo e apro la cartina. Mi tranquillizzo perché mi accorgo di essere sul sentiero corretto e che a questo punto dovrò risalire la vallata per una decina di chilometri costeggiando un grosso torrente lungo la sponda sinistra. Parto.Il sentiero alterna tratti con grossi sassi e rocce ad altri in terra battuta, procedendo verso nord tra continui saliscendi. Supero una fila di bandiere di preghiera tese tra due alberi in cima ad un piccolo colle, mentre in lontananza la cima del Makalu spunta sulla sinistra dietro al versante della vallata. L’ho visto questa mattina poco dopo la partenza e lo rivedo ora, in un quadretto che difficilmente dimenticherò!

La cima del Makalu in lontananza, risalendo la vallata

Il sentiero che porta ai 3600 metri di Yangle Kharka è davvero infinito e i sassi lo rendono davvero impegnativo, dato che obbligano a camminare concentrati con lo sguardo a terra per non inciampare. Mi sembra di non arrivare mai. Guadagno quota lentamente e poi la riperdo di colpo con ripide discese e mi ci vogliono ben più di due ore di cammino verso nord prima di vedere in lontananza la lodge e le capanne di Yangle Kharka. Alla fine, finalmente, intorno alle tre del pomeriggio ci arrivo.

Verso Yangle Kharka

Yangle Kharka

Yangle Kharka non è altro che un grosso prato in pianura su cui sorgono appunto alcune capanne in legno e una grossa lodge, di cui però sono l’unico ospite. Questa è gestita da un altro fratello del ragazzo che ho incontrato due giorni fa a Sedwa, uomo di poche parole ma comunque gentile. Non ho pranzato e quindi intorno alle quattro finalmente mi ingozzo con almeno mezzo chilo di riso e mi risciacquo nel torrente che scorre fuori dalla lodge. Nei prati in torno ci sono numerosi Yak al pascolo. I ragazzo mi dice che fino a qualche settimana fa erano molti di più ma che i Cinesi ne hanno acquistati alcune decine per la carne e a piedi li hanno portati verso nord oltre il confine. Per informazione con circa 800 dollari è possibile acquistare uno Yak!

 

La sera qualche nuvola sale dalla valle ma il cielo resta pulito e appena fa buio si può godere di una vista stratosferica. Per la seconda o la terza volta vedo la striscia bianca della Via Lattea che taglia metà il cielo, contornata da un numero impressionante di stelle.

E’ stata una giornata faticosa. Il tratto che ho percorso oggi di solito viene percorso in due giorni, ma essendo partito presto e forse con il sangue ancora ossigenato dalle tre settimane sull’Everest sono riuscito a percorrerlo in giornata. Nonostante la difficoltà sono comunque contento di non essermi fermato a Dobato perché qua è davvero molto più bello e mi sono tolto uno dei pezzi più impegnativi di tutto il trekking.

Come sempre alle 7 e mezza la mia serata è conclusa e mi chiudo nel sacco a pelo addormentandomi quasi subito. Domani vorrei arrivare al campo base, ma ho qualche dubbio perché passare da 3600 metri ai quasi 5000 in un giorno non è il massimo. Vedrò come starò domani e al massimo mi fermerò a Langmale, intorno a 4400 metri.

Da Yangle Kharka a Langmale. L'ultimo tratto di cammino prima del campo base
Da Khongma allo Shipton La. Neve e portatori in direzione Makalu

Comments

comments