Tumlingtar è una piccola cittadina di circa 2000 abitanti del Nepal orientale e sorge sulla sponda sinistra del fiume Arun ad una quota di 270m. La città si sviluppa da nord a sud intorno ad una grossa strada in parte asfaltata lunga un paio di chilometri, ai cui lati sorgono abitazioni, negozi e qualche albergo. E’ collegata a Kathmandu con due o tre voli al giorno che partono dal piccolo aereoporto costruito nella parte sud dell’abitato ed è conosciuta per essere il punto di partenza per i trekking nella zona del Makalu. Ci arrivo nel pomeriggio provenendo dal villaggio di Gothe Bazar, una ventina di chilometri a nord est, e decido di fermarmici un giorno prima di partire per il campo base del Makalu.

 

Ho deciso di fermarmi un giorno a Tumlingtar per riposare un po’ dopo oltre tre settimane di trekking e sopratutto per approfittare delle belle giornate di sole per lavare ed asciugare i miei vestiti e infine per riorganizzare lo zaino, dato che voglio partire per il trekking il più leggero possibile e lasciare a Tumlingtar tutto ciò che non mi è necessario, per poi riprenderlo al ritorno.

La giornata di stop passa veloce. Faccio il bucato e passo parecchio tempo nel bellissimo giardino del lodge in cui alloggio, leggendo, scrivendo e provando ad organizzare le centinaia di fotografie scattate nei giorni scorsi. Al pomeriggio esco e passeggio più volte su e giù per la lunga strada principale della città. Nonostante Tumlingtar sia collegata a Kathmandu con più voli al giorno, non incontro altri turisti. In realtà, scoprirò nei prossimi giorni, sono davvero pochi i trekker che percorrono i sentieri per il campo base del Makalu, e la maggior parte di questi lo fa con viaggi organizzati e lascia la città subito dopo l’atterraggio, con una jeep che li aspetta e li porta direttamente a Num, il villaggio da cui parte il trekking.  I negozianti seduti fuori dai loro negozi e le persone per strada sono incuriosite dalla mia presenza e più di una mi ferma per chiedermi da dove vengo e per fare due chiacchiere.

 

Fino a qualche anno fa il sentiero per il Makalu partiva proprio dal centro di Tumlingtar e dopo un paio di giorni di cammino si raggiungeva il piccolo villaggio di Num, una quarantina di chilometri più a nord, per poi proseguire. Oggi invece questo tratto di sentiero è stato sostituito da una grossa strada in parte asfaltata e in parte polverosa, e così Num si raggiunge per mezzo di una jeep.

Nel pomeriggio faccio anche un salto alla piccola stazione autobus di Tumlingtar e chiedo informazioni per riuscire ad arrivare a Num. Mi dicono che devo prendere una prima jeep che porta a Khandbari, una città con più di 20.000 abitanti a circa 10km di distanza, e da li un’altra che prosegue verso Num. Di jeep dirette a Khandbari ne partono più di una all’ora per tutto il giorno, ma quelle per Num sono poche, così mi consigliano di arrivare in stazione la mattina presto in modo da avere più chances di trovarne una.

 

Alle otto di sera sono già a letto, sotto una grossa zanzariera scende dal soffitto e protegge dal numero impressionante di zanzare  che si fanno vive appena il sole tramonta e che già mi hanno punto più volte nel tardo pomeriggio. Sono agitato e carico per domani. Il trekking verso il Makalu è quello che più di tutti mi affascina e mi incuriosisce: non vedo l’ora di partire.

La mattina poco dopo le sette sono alla stazione. Le jeep non hanno orari fissi, ma ognuna parte non appena l’autista trova un numero di persone sufficiente a riempirla. Se i posti a sedere sono sette solitamente si parte in 10! Pago la mia quota di 100 rupie e dopo meno di dieci minuti siamo già in partenza: ci sono veramente tante persone dirette a Khandbari e la jeep si riempie velocemente. Viaggio incastrato nel retro in compagnia di alcuni simpatici signori nepalesi e in un’ora circa giungo a destinazione. Mi sembra tutto più facile e veloce di quanto pensassi, ma presto cambierò idea!

Arrivato alla stazione di Khandbari mi dirigo alla piccola biglietteria e chiedo informazioni per una jeep diretta a Num. Sono da poco passate le nove e mi dicono di tornare per le 10 e 30, dato che  ci sono altre persone in attesa e la jeep partirà intorno alle 11! Convinto che tutto sia a posto pago le 500 rupie del biglietto e faccio un giro per le vie della città. Khandbari molto più grande e caotica di Tumlingtar. Le strade sono piene di gente e su di esse si affacciano centinaia di negozi di ogni genere, dagli alimentari a quelli di elettronica, con numerose banche, cliniche mediche e uffici.

Prima delle 10 e 30 sono alla stazione pronto a partre ma intorno alle 11 l’uomo della biglietteria mi comunica che la jeep è sarebbe partita a mezzogiorno. Poco male, penso. Ne approfitto per mangiare qualcosa in quella che più che un ristorante sembra essere una baracca che si affaccia sul piccolo piazzale delle jeep. Per 100 rupie la signora mi porta un ottimo piatto di patate al curry e un the caldo che bevo volentieri, nonostante la temperatura fuori sia aumentata parecchio e credo sia intorno ai trenta gradi.

Prima delle 12 torno alla stazione e per la seconda volta il ragazzo alla biglietteria mi dice che la jeep è stata posticipata. Si parte alle 14! Un po’ incazzato me ne torno nel piccolo ristorante dove mi siedo ad un tavolo ed inizio a chiacchierare con un ragazzo nepalese, anche lui in attesa di una jeep per un altro villaggio.

Alle 14 torno alla stazione e questa volta il ragazzo della biglietteria scuote la testa e sorridendo mi dice che la jeep non partirà nemmeno alle 14, e che anzi non sa proprio quando e se partirà. Mi consiglia di sedermi vicino alla biglietteria e aspettare. Se la cosa mi fosse capitata in Italia sarei piuttosto scocciato, ma queste cose in Nepal sono all’ordine del giorno e ormai mi sono abituato, anzi sorrido. C’è una sorta di meccanismo di disorganizzazione organizzata che qui regola molti aspetti della vita quotidiana, sopratutto se si cerca di viverla con un budget ridotto. Le regole ci sono ma la prima regola è quella di non dare troppo peso alle regole e di non prendere troppo sul serio il tempo. I minuti possono tranquillamente diventare ora e le ore giorni senza troppi problemi. Se si affronta tutto ciò con la mentalità occidentale si rischia di impazzire, ma se ci si abitua e si cambia prospettiva alla fine la cosa non è così negativa, anzi. Mi accorgo che giorno dopo giorno mi ci sto abituando e vivo tutto in modo più rilassato.

Passa una mezz’ora buona e il ragazzo che ho incontrato nel piccolo ristorante di fronte alla stazione mi chiama dal terrazzo e mi fa segno di salire. Vado e con sorpresa lo trovo al tavolo con due bottiglie di Coca Cola fresche: una è per me! Rimango stupito dal gesto, ma quello della generosità e dell’attenzione agli altri è un altro aspetto del Nepal che ho imparato a conoscere in questi mesi. Mi ha visto al caldo e ha saputo che sono in attesa dalle nove di questa mattina, così ha pensato che una Coca fresca avrebbe potuto farmi piacere. Sono spiazzato e non so come ricambiare, ma so anche che non si aspetta che lo faccia e quindi brindo con lui e chiacchieriamo ancora un po’ mentre con la coda dell’occhio controllo dalla finestra che nel piazzale delle Jeep non ci siano movimenti.

Poco dopo le cinque, quando ormai avevo perso ogni speranza, arriva nel piazzale una vechchia Land Rover blu elettrico e l’uomo della biglietteria mi chiama ridendo dicendomi che è arrivato il mio momento. La macchina è ferma con il motore acceso, mentre l’autista, un ragazzo di poco più di vent’anni, apre il cofano e rabbocca l’acqua dei radiatori.

Finalmente salgo in macchina e mi siedo sul sedile anteriore. Gli interni sono distrutti e numerosi cavi elettrici spuntano dal cruscotto. Poco prima delle sei finalmente partiamo. Il viaggio è allucinante! Dopo i primi 4 o 5 chilometri di asfalto la strada diventa completamente sterrata e viaggiamo a velocità folle tra sassi e buche. Per qualche minuto trovo la cosa divertente: sfrecciamo attraverso boshi e piccoli villaggi e sembra di essere alla Parigi-Dakar, ma dopo un po’ il tutto inizia ad essere snervante perchè vengo sbalzato continuamente a destra e sinistra. Dopo un quarto d’ora il tutto diventa insopportabile. Con una mano stringo il cruscotto mentre l’altra è appoggiata alla portiera in modo da tenermi il più fermo possibile. Superiamo tratti di strada che mai avrei pensato si potessero fare in auto, mentre il ragazzo non accenna ad alzare il piede dall’acceleratore e quando la salita diventa più ripida fa salire i giri della povera Land Rover dando brevi colpi di freno a mano, cosa che non ho mai visto fare! A condire il tutto una compilation di musica techno-indiana sparata a tutta che sembra la colonna sonora di un videogioco degli anni 80. Il viaggio dovrebbe durare tre ore ma ne dura poco più di due e così poco dopo le otto ringrazio Dio di essere arrivato sano e salvo a Num. Che giornata!

Mi infilo nella prima lodge che trovo e dopo il solito dal bat mi butto a letto. Domani finalmente inizia il Makalù! In questi giorni ne ho sentite diverse. Ho saputo che fino ad un paio di settimane fa a troppa neve rendeva impossibile il trekking, mentre altri mi hanno detto che non ci sono lodge lungo il percorso e altri ancora che ci sono ma sono chiuse. Infine in molti mi hanno sconsigliato di andarci da solo. A questo punto sono solo molto curioso e non vedo l’ora di incamminarmi. Sono tranquillo e allenato, ma nello stesso tempo pronto a tornare indietro se necessario. Domani avrò le prime risposte!

 

Da Num a Tashigaon. La prima tappa verso il campo base del Makalu

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