Sono a Thamel, nel centro del centro di Kathmandu, polo turistico e cuore pulsante del Nepal e alle 6.45 vengo svegliato dal canto del gallo. Apro la tenda e dalla finestra vedo la città mettersi in moto piano piano.

La mia idea è quella di trascorrere meno tempo possibile nella capitale e spostarmi quanto prima nei piccoli villaggi, primo perchè voglio esplorare questa terra in ogni suo particolare e secondo perchè la città ha costi ben più alti rispetto a quelli dei villaggi delle zone rurali e di montagna. In due o tre giorni al massimo voglio spostarmi ma nonostante questo decido di prendermi una giornata per scoprire un po’ più a fondo la capitale, dato che ci sono già stato una volta senza riuscire a farlo!

Passeggio per le strade di Thamel di prima mattina mentre i negozianti alzano le saracinesche e puliscono la parte di strada davanti all’entrata dei loro negozi con una piccola scopa in saggina.Trovo una bakery con una montagna di dolci in vetrina e decido di fermarmi per la colazione. Per 70 rupie (circa 65 centesimi) scelgo un cinnamon roll, un rotolo alla cannella molto comune in Nepal. Il fornaio mi chiede se lo preferisco caldo e dopo il mio ok si lecca un dito, prende il tovagliolo ci appoggia il dolce. Butta tutto nel microonde per una ventina di secondi e me lo lascia in un sacchetto tipo quelli dell’umido. E io che pensavo avesse dietro la teglia appena sfornata…Nonostante la presentazione devo ammettere che il dolce era ottimo e lo mangio passeggiando per le strade che poco alla volta cominciano a riempirsi.

Lascio Thamel verso sud in direzione Durban Square, uno dei monumenti più importanti della città. La piazza, in cui sorgono numerosi templi dedicati a divinità indu e il Palazzo Reale, è patrimonio mondiale dell’Unesco ma purtroppo dopo il terremoto del 2015 ha subito danni irreversibili. Non dista più di due chilometri dall’albergo in cui ho dormito e mi avvio per raggiungerla senza un itinerario preciso: voglio perdermi nella giungla di Kathmandu. Lascio Thamel e procedo verso sud zigzagando a caso. L’aspetto della città cambia mano a mano che ci si allontana dal centro. Vie strette, alcune sterrate, auto, moto e sporcizia.  I mille colori di Thamel per un po’ lasciano spazio al grigio dei muri interrotto da insegne pubblicitarie sbiadite. In alcuni momenti mi ritrovo a fare delle acrobazie per evitare di essere investito. La legge del clacson dice che se lui ha suonato e tu non ti sposti sono c****i tuoi, sicuro non rallenta. Alzo la testa e vedo le matasse di cavi elettrici che scorrono lungo i muri e agli angoli delle strade, una delle immagini che meglio descrivono il caos di Kathmandu. Sorrido.

I negozi per turisti lasciano spazio a quelli per gli abitanti locali. Piccole botteghe di ogni genere, macellai, meccanici, dentisti, fruttivendoli e alimentari. Di turisti infatti in queste strade non se ne vedono molti, ma i nepalesi trasmettono una simpatia e una gentilezza che hanno la capacità di farti sempre sentire tranquillo e al sicuro. La mattina fa abbastanza freddo, esco in felpa ma avrei dovuto prendere anche un piumino. Per scaldarmi entro in un bar senza insegna e mi siedo ad un grezzo tavolo in legno. Mi accoglie sorridendomi una signora bassa con i capelli bianchi, vestita con una tunica pesante rossa e con un viso così consumato che è impossibile darle un’età: potrebbe avere dai 50 ai 120 anni. Per 40 rupie (poco meno di 40 centesimi) ordino un the che la signora mi porta gentilmente al tavolo  in una tazza in metallo. Mi sorride e ricambio ringraziandola. La  guardo tornare ad impastare un qualcosa di non ben definito e l’occhio mi cade sul pavimento in legno sporco e impolverato. Il posto è oggettivamente uno schifo eppure ci sto da dio, sono bastati due sguardi ed un sorriso e non so come ma è come se lo frequentassi da sempre. Mi riavvio e raggiungo la piazza.

Vagabondando in direzione Durban Square

Per accedere alla zona dei monumenti bisogna pagare e nonostante provi più volte a trovare un ingresso secondario incustodito all’ennesimo alt mi arrendo e metto le 1000 rupie necessarie. Purtroppo come ho detto i segni del terremoto sono indelebili. Alcuni templi sono crollati definitivamente mentre la maggiorpate di quelli che sono ancora integri è stata messa in sicurezza con impalcature.  Durante un primo “tour” veloce declino almeno dieci diverse proposte delle guide turistiche che mi promettono di raccontarmi tutti i segreti della piazza. Effettivamente però, il complesso di edifici così non dice un gran che se non da un punto di vista estetico. Dopo la quarta volta che mi convinco di essere di fronte al palazzo reale e dopo un attimo mi ri-convinco che sia un tempio, da buon turista tolgo dallo zaino il mio Lonley Planet Nepal. Altro che Hiker avventuriero. Con piantina alla mano e didascalie, dopo aver impiegato almeno un quarto d’ora per orientarmi, ripercorro da capo tutta la piazza leggendo la storia di ogni struttura. Alla fine ci passerò più di tre ore.

Ingresso a Durban Square

Tempo fa avevo letto da qualche parte che il Nepal è l’unico paese al mondo ad ospitare una divinità vivente. All’epoca non avevo riflettuto sulla cosa ma oggi ho per caso ho scoperto che risiede proprio in un palazzo di Durban Square. La Kumari, questo è il nome della Dea, è una bimba scelta tra le famiglie appartenenti a una ristretta casta buddistha di Kathmandu, secondo alcune caratteristiche fisiche e caratteriali ben precise. Ricoprirà il ruolo di Kumari fino all’adolescenza, vivendo una vita quantomeno insolita per parecchi anni, mostrandosi ai fedeli da una finestra della casa solo volta al giorno la mattina. Se non conoscevate questa storia vi consiglio di dare una lettura a wikipedia perché è piuttosto “particolare”.

Facciata esterna del palazzo della Kumari sorretta da impalcature dopo i danni del terremoto

Dopo aver dato un perché ad ogni mattone della piazza mi sono spostato nella vicina Jhochhen Tole, nota al mondo come Freak Street, crocevia dell’hippie trail che negli anni 60 e 70 veniva percorso da giovani europei diretti in India e In Thailandia. Alberghi economici, negozi di LSD e hashish (legali fino a metà degli anni ’70), ristoranti dai colori psichedelici e hippies provenienti da ogni parte del mondo le avevano fatto guadagnare questo nome. Ad oggi di Freak invece non resta più nulla, se non qualche insegna nostalgica, e un paio di poster di Jimi Hendrix appesi, tanto che ci ho messo un bel po’ a capire che la stavo percorrendo.

Mi riavvio verso Thamel cambiando ancora una volta strada. Altre immagini, altri scorci, ma sensazioni simili. Un piatto di noodles in un ristorante cino-nepalese a poco più di due euro mi placa la fame.

Davanti a una birra ripenso alla città e alla giornata. Kathmandu non è bella nel senso stretto del termine. Il terremoto ha lasciato sicuramente il segno ma la sporcizia e il caos la rendono per certi versi fastidiosa e quasi bruttina. Eppure ha un fascino particolare. Kathmandu ha la forza e la capacità di inglobarti, di riempirti. Avevo già avuto questa sensazione e oggi ne ho avuto la conferma!

I suoni, i colori e i profumi non solo li percepisci, ma ti entrano dentro e le vie strette e il sorriso dei nepalesi accentuano ancora di più il tutto. I sensi sono stimolati in continuazione e così camminando a zonzo per le sue strade ti rendi conto ad un tratto che Kathmandu ti ha assorbito senza che hai avuto il tempo di accorgertene.

Giri l’angolo di un vicolo grigio e sporco e appare un tempio pulito e colorato. Lo oltrepassi e la strada si trasforma in un sentiero fangoso per qualche metro fino a che arrivi ad un centro commerciale a tre piani con scala mobile e vetrine con iPhone. Esci ed è di nuovo caos mentre i profumi giocano con gli odori sovrastandosi l’un l’altro e lo sguardo rimbalza tra i mille stimoli che gli stanno attorno e i mezzi a motore che procedono incuranti.

La sua forza non sono ne i monumenti ne i luoghi. Non è una città che consiglierei di visitare perché a conti fatti Kathmandu non si vista, si vive. Kathmandu è prima di tutto un’esperienza, un viaggio nel viaggio che si, consiglierei di fare.  Consiglierei di girarla completamente a caso, senza meta, di passare da una via all’altra scegliendo di volta in volta quella sempre più stretta. E poi consiglierei di sorridere ai nepalesi, che siano negozianti, passeggiatori o poliziotti, perchè vi sorrideranno a loro volta e vi sentirete sempre meglio. Se in vacanza volete vivere bene con tutti i confort evitatela, ma se volete sentirvi vivi Kathmandu è quello che fa per voi!

Sono le tre del pomeriggio e realizzo che l’ufficio per richiedere i permessi per il trekking chiude alle 17. Ho voglia di montagna, di fare dislivello e di rimanere ancora a bocca aperta sotto un ottomila. Non ho altre mete per oggi così parto e in mezz’oretta a piedi lo raggiungo. Sui vari permessi necessari per il trekking in Nepal parlerò in un altro post, ma alle 16.40 esco dal Tourist Service Center di Kathmandu con quello per l’Everest e quello per il Makalu. E’ tempo di partire!

Torno in camera verso le 19, dopo essermi fermato in un parco ad assistere ad una partita di pallavolo tra uomini in un campo improvvisato su sabbia battuta e con un pubblico da fare invidia alle World Series. Mentre entro a Thamel il sole scende velocemente e Kathmandu senza essersi mai fermata si riaccende per la notte.

Verso Jiri in direzione Lukla e Everest

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